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Cicerone-Hillary: il primo della classe lo odiano tutti

Il mondo non ama chi dimostra di avere ragione. Marco Antonio era volgare e spregiudicato. Trump sa essere anche quello. Che cosa è successo? Hanno vinto loro
di Giovanni Longoni lunedì 4 maggio 2026

2' di lettura

Nel 63 avanti Cristo, Marco Tullio Cicerone era il console più preparato che Roma avesse mai avuto. Nato ad Arpino da famiglia equestre, quindi senza titoli nobiliari, si era fatto da solo: studi di retorica, diritto, filosofia greca. Aveva sventato la congiura di Catilina, salvato la Repubblica, e non perdeva occasione di ricordarlo. Il titolo di pater patriae era diventato per lui un secondo nome e scriveva discorsi su se stesso con la stessa energia con cui attaccava i nemici. Era il più brillante, il più eloquente, il più preparato. Era anche il più antipatico? Di certo era inviso a molti pezzi grossi. Quando il triumvirato di Cesare, Pompeo e Crasso si divise il potere, non c’era posto per un tecnocrate senza esercito. Lo mandarono in esilio. Tornò, fu perdonato da Cesare e gli sopravvisse. Ma alla fine si giocò tutto lanciandosi contro Antonio con quattordici orazioni fulminanti, le Filippiche. Antonio e Ottaviano si accordarono: Cicerone finì in lista di proscrizione. Lo raggiunsero nella villa di Formia. Gli tagliarono la testa e le mani, quelle che avevano scritto le Filippiche, e le esposero sui rostri del Foro.

*** L’8 novembre 2016,Hillary Clinton sembrava la candidata più qualificata nella storia delle elezioni presidenziali statunitensi. First Lady per due mandati, le corna di Bill esibite come una corona, senatrice (i senatori americani sono potenti come quelli dell’antica Roma), donna in un mondo politicamente corretto. Per Obama lei era la migliore; e forse dicendolo ci credeva davvero, anche se come suo Segretario di Stato Hillary gliene aveva combinate così tante (Primavere arabe su tutte) che la cambiò con il grigio e inerte John Kerry. La Clinton indubbiamente conosceva ogni dossier, ogni trattato, ogni corridoio del potere mondiale. Aveva preparato la campagna per anni, raccoglieva più fondi, aveva più esperienza, parlava meglio. Perse contro un imprenditore televisivo che non aveva mai ricoperto una carica pubblica in vita sua. Lei scrisse un libro per spiegare che cosa era successo. Si intitolava “Che cosa è successo”. Continuò a spiegare per anni che l'elezione non era stata regolare. Che c’era ancora molto da scoprire. Che la storia avrebbe rivelato la verità. La testa di Cicerone, dai rostri, avrebbe cominciato a scuotersi sconsolata.

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Il parallelo non è nella sconfitta: perdere capita ai migliori e Hillary è ancora viva. Ma è nell’incapacità di tacere la propria ferita. Cicerone scrisse di sé in terza persona e costruì la propria leggenda. Clinton ha scritto due memorie e non ha ancora smesso. Entrambi convinti che la superiorità tecnica bastasse, che il mondo dovesse riconoscerla. Il mondo non ama chi dimostra di avere ragione. Marco Antonio era volgare e spregiudicato. Trump sa essere anche quello. Che cosa è successo? Hanno vinto loro.

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