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Flotilla, la follia dei registi: niente film italiani a Tel Aviv

di Corrado Ocone giovedì 21 maggio 2026

2' di lettura

Chissà se sono mai stati in Israele gli illustri registi e attori che in queste ore stanno accusando il governo perché non ferma una rassegna sul cinema italiano prevista in Israele? E chissà se si sono mai allungati nella vicina Striscia di Gaza sequestrata da Hamas in tutti questi anni? Avrebbero modo di osservare che, mentre nel primo paese, il dibattito culturale è acceso, la libertà di espressione è totale, nella Striscia i loro film sarebbero in buona parte vietati e le pellicole bruciate e giudicate “blasfeme”.

Ma forse tutto questo lor signori lo sanno, ma sanno pure che criticare non la politica ma lo Stato di Israele serve a raggiungere due scopi: accontentare la loro parte politica e assecondare le richieste di una opinione pubblica adeguatamente indottrinata. Ed ecco allora Mario Martone che dice di «rabbrividire» all’idea che il suo ultimo film, Fuori, sia proiettato nella rassegna organizzata da Cinecittà con la collaborazione degli istituti di cultura italiani di Haifa e Tel Aviv. Come se interesse di un regista non fosse quello di far vedere i suoi film anche a potenziali nemici. E come compito degli istituti di cultura all’estero non fosse proprio quello di far conoscere la produzione intellettuale del proprio paese.

L’obiettivo ultimo, dichiarato, è quello di convincere l’Ue a tagliare i rapporti con uno Stato “criminale” che praticherebbe il “genocidio” mentre invece si difende solamente. E pazienza che altri molti siano gli Stati “criminali” e che essi siano tollerati in nome di un malinteso multiculturalismo! Ma il senso politico di tutto questo affannarsi lo esplicitano gli esponenti di Avs, a cominciare dal leader Fratoianni. Il quale fa sapere di apprendere «con sconcerto che la Cinecittà del governo Meloni rende una delle industrie culturali più importanti del Paese complice del genocidio».

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Ecco Cinecittà, il governo Meloni, la possibilità (già solo la possibilità) che i fondi statali per la cinematografia siano utilizzati con più rigore e senza premiare gli amici degli amici. E se fosse questo il vero motivo di tanta indignazione? Nei tardi anni Venti del secolo scorso, il filosofo francese Jules Benda scrisse un aureo libretto sul «tradimento dei chierici», cioè degli intellettuali. I quali in età moderna avrebbero abbandonato la loro “missione” al servizio della verità e si sarebbero messi al servizio della politica e degli interessi di parte. Egli prendeva esempio dal cosiddetto affaire Dreyfus, ove un ebreo fu accusato ingiustamente, per slargarsi ad un discorso più generale. È passato un secolo, ma dopo tutto siamo rimasti là. Anche sul terreno dell’antisemitismo, più o meno consapevole.

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