Chicco Testa e Claudio Velardi hanno inventato in Siamo stati iscritti al Pci (Edizione Liberi Libri, prefazione di Guido Crosetto, postfazione di Sergio Scalpelli) un modo intrigante per raccontarci la loro passata vita da comunisti italiani e quella da post comunisti dopo il 1991: sui vari passaggi della loro impegnate biografie politiche si scambiano infatti una sorta di lettere/appunti/mail che spiegano, questione dopo questione e interloquendo tra loro, quel che è a successo agli autori del libro con il contorno di alcune riflessioni più generali. Qualche volta leggendo il testo, in sé ricco di autoironia, si ha la sensazione di scorrere le testimonianze degli indigeni intervistati da un Claude Levy Strauss o da una Margaret Mead: così quando si spiega come sono entrati nella “tribù” dei comunisti italiani (quando scoprono il fascino di una comunità di persone normali rispetto al caos della Statale di Milano dove studia Testa e a Servire il popolo, frequentato da Velardi, dove gli si proibiva il vizio borghese di mangiare un gelato). I riti di passaggio (la vendita dell’Unità, le campagne elettorali). Le iniziazioni necessarie per assumere un ruolo nella comunità (l’arte del comizio che rivela, come dicono loro stessi, Chicco come «una pippa» e Claudio «un saccente noioso»). Le procedure liturgiche (i riti di sottomissione al partito: il più tipico quello di essere chiamati a spiegare e confermare pubblicamente un punto della linea del partito su cui si è espresso un dubbio). Il tabù fondamentale dell’identità. Le cerimonie necessarie per sacralizzare la militanza (i viaggi all’Est: la vodka bevuta da Velardi con «i giovani comunisti bulgari» e gli incontri di Testa con i cinquantenni capi della gioventù comunista sovietica, il Komsomol)).
Ai ricordi della vita nel Pci segue, poi, la descrizione della lunga disgregazione dopo l’89 (la caduta del muro di Berlino), il ’91 (lo scioglimento dell’Urss e la fondazione del Pds), il ’92 (Mani pulite, con la copertura del giustizialismo da parte di Botteghe Oscure, il peccato fondamentale -secondo Velardi- della nuova fase). Insistendo sulla metafora delle testimonianze antropologiche, si potrebbe dire che la tribù passa dal Mato Grosso amazzonico (dove la comunità aveva una vita dura ma non priva di felicità) a una favela di Rio de Janeiro: con un’esistenza astrattamente più libera ma concretamente spaesante.
Sul grande merito di questo libro, è utile citare Guido Crosetto quando nella sua prefazione spiega che gli autori «hanno dimostrato, anche con questo libro, che l’onestà intellettuale appunto, come la capacità umana ancor prima che politica- di riflettere sulle proprie vite, sulla propria storia e quindi anche sui propri errori, paga sempre». Così anche le parole di Sergio Scalpelli, nella postfazione, quando riconosce agli autori «la capacità di guardare indietro senza tremare, di riconoscere i propri errori senza flagellarsi, di onorare la propria giovinezza senza esserne prigionieri». Mi pare che queste frasi sintetizzino bene il giudizio da dare di questa impresa velardian-testiana di cui poi val la pena di commentare ancora alcuni contenuti e contesti.
Innanzi tutto per capire quel che raccontano l’ex presidente di Legambiente e poi dell’Enel, e l’eminenza grigia del governo D’Alema, è bene rammentare alcuni tratti degli anni Settanta, di quella strana fase della nostra vita nazionale durata dal lancio del “compromesso storico” sostanzialmente fino all’assassinio di Aldo Moro, quando Gianni Agnelli sorpassava a sinistra Luciano Lama, il Corriere della Sera preferiva il movimento studentesco al Pci, la Cisl sfidava con il suo ribellismo la Cgil, la sinistra moderata scavalcava Enrico Berlinguer nel chiedere la trattativa con le Br. Poi va considerato, se si legge l’esperienza politica dei due autori come una “sorta di giallo”, che l’assassino dell’evoluzione socialdemocratica del Pci sia per loro senza dubbio l’Unione sovietica. Però Mosca rispetto anche al comunismo italiano non è il classico maggiordomo di un racconto di Agatha Christie, bensì è il genitore quello da cui si cerca di liberarsi, che si medita di disconoscere, anche se è la matrice del Dna della ditta. E, poi, proprio questo fattore “genetico” rende più difficile la transizione verso una sinistra normale dopo lo scioglimento dell’Unione sovietica, con un ceto politico ex Pci che alla fine preferisce che il “morto” afferri “il vivo” (cioè “usare” l’antico insediamento di potere senza più il contesto che lo definì) piuttosto che rinunciare alle rendite di posizione che la difesa di una certa diversità, pur non più storicamente determinata, offriva.
In questo quadro mi pare convincente la tesi di Velardi sul fatto che l’unico sforzo concreto per una reale riconversione della sinistra italiana fu negli anni Novanta quello di Massimo D’Alema che affrontò i tre nodi di fondo: la necessità con la Bicamerale di una trasformazione, gestita insieme alla destra guidata da Silvio Berlusconi, di una Costituzione condizionata dalla Guerra fredda anche nell’assetto della magistratura; un leale inserimento dell’Italia nella politica dell’Occidente guidata prima da Bill Clinton e poi da George Bush; un patto sociale tra capitale e lavoro per rinnovare l’economia italiana. Però D’Alema non portò fino in fondo le sue scelte anche perché tradito dal suo Dna, dalla tendenza leninista a comandare invece che dirigere per cui si trattava con disprezzo sindacalisti, al tempo riformisti, come Sergio Cofferati, e dalla fragilità berlingueriana, quella di un leader che quando avvertiva scarsa empatia con il proprio popolo, invece di affrontarlo, si faceva prendere dal panico e si arrendeva agli umori prevalenti.
Per il resto, dopo il tentativo dalemiano, la vita dei postcomunisti secondo i due autori avviene sotto il segno della disgregazione che alla fine svilisce i tentativi anche di persone serie come Carlo Azeglio Ciampi o positivamente ambiziose come Matteo Renzi. Consiglio vivamente questo libro a chi voglia acquisire qualche elemento per capire la nostra storia nazionale negli ultimi cinquanta anni.
Anche se, peraltro, adesso c’è un nuovo fattore da considerare: all’evidente fallimento dell’esperienza comunista in Occidente si aggiunge la crisi dei due grandi partiti della sinistra europea (i più decisivi dopo i giacobini del 1789) i cartisti/laburisti e i socialdemocratici tedeschi. Chissà se si troverà anche in Germania e in Gran Bretagna qualcuno come Testa o Velardi che ci racconti che cosa è successo e sta succedendo.