Bingen è un posto in cui Ildegarda passa inosservata. In questa città che sorge dove il fiume Nahe si getta nel Reno, i battelli attraccano e scendono i turisti, i gitanti che han scelto le crociere di un paio d’ore o quelli che viaggiano per una settimana, partiti da Basilea per sbarcare ad Amsterdam. I pacchetti completi offrono visite ai castelli, leggende di arcivescovi crudeli dati in pasto ai topi, tour del centro storico a bordo di un trenino e, soprattutto, degustazioni di vini locali accompagnati da stuzzichini. Superati i tavolini dei ristoranti, la Santa proclamata Dottore della Chiesa da Benedetto XIV– quarta donna della storia, dopo Teresa d’Avila, Caterina da Siena e Teresa di Lisieux – compare nei negozi di souvenir, ricamata sulle toppe e incisa sulle medagliette, un accidente tra pareti di orologi a cucù e i boccali di birra intarsiati con l’aquila della Repubblica federale tedesca. Eppure Ildegarda, mulier fortis, madre e maestra, mistica, filosofa, teologa, compositrice e musicista, politica, erborista, scrittrice, sta lì dalla fine dell’anno mille, tra le pianure coltivate e i boschi, quando nei monasteri lavoravano gli amanuensi e le chiese, gli archi rampanti e le guglie si moltiplicavano e per la prima volta nelle piazze arrivavano merci da posti lontani.
Nata nell’aristocrazia renana nel 1098, entra in convento a otto anni, come si conviene alla decima figlia, si forma sotto Jutta di Sponheim nel convento di Disibodenberg. Consigliera di diversi Pontefici, da Eugenio III ad Alessandro III, dal 1147 alla sua morte nel 1179 corrisponde con l’imperatore Federico Barbarossa, prelati, principi, ecclesiastici, abati, badesse, semplici monaci, monache e laici. Con un nome che significa “colei che è audace in battaglia”, la santa fa cose inaudite per una donna, come le predicazioni pubbliche che tiene in più d’una città. A Colonia attacca in pubblico la corruzione del clero davanti a una folla che non sa come reagire. Bernardo di Chiaravalle, che pur la apprezzava, le scrive per invitarla a esercitare la virtù dell’umiltà. Aspetta di arrivare a quarant’anni per parlare delle sue visioni e delle elaborazioni che ne trae attraverso i testi di Dionigi l’Aeropagita, Boezio, Gregorio Magno e Agostino. Il risultato – trentasette visioni trascritte, organizzate, illustrate – si chiama Scivias, “conosci le vie”, e le costa dieci anni. È la prima opera di tante che verranno, perché non smetterà di scrivere fino alla morte: è del 1152 l’Ordo virtutum, il primo dramma musicale allegorico ad essere tramandato con l’accompagnamento musicale, del 1163 il Liber Vitae Meritorum (Libro dei meriti della vita) dove virtù e vizio si scontrano in formidabili dibattiti argomentativi. Dopo altri undici annidi lavoro completa il Liber divinorum operum, (Libro delle opere divine): «Come un artista ha le sue forme, secondo le quali costruisce i suoi vasi - scrive Ildegarda - così Dio creò la struttura dell’uomo secondo la struttura del mondo, dopo l’intero cosmo». Né indovina né profetessa, fondatrice di due conventi che furono centri propulsori di predicazione piuttosto che luoghi isolati, questa donna tutta occhi che scriveva «quel che non vedo non lo conosco», concepisce la “Viriditas”, il verdeggiare della forza vitale che tutto anima ed è la connessione tra microcosmo e macrocosmo, tra Dio, l’uomo e la natura. San Gregorio Magno parlava dell’homo quodammodo omnia («L’uomo è, in un certo qual modo, tutte le cose») ed era diffusa la disciplina dell’uomo zodiacale, ma nella luce verde di Ildegarda c’è un elemento nuovo.
L’uomo è inserito in un tessuto relazionale che investe tutti gli aspetti del suo essere, proporzioni e rapporti non sono geometrie stabilite, come accadrà nell’uomo vitruviano di Leonardo, ma si rinnovano costantemente o si essiccano a seconda delle nostre scelte. Joseph Ratzinger proclamò Ildegarda Dottore della Chiesa nel 2012, sei anni dopo il discorso di Ratisbona, quando ammonì l’Europa a non svuotare la ragione della sua apertura al Trascendente, pena la mutilazione dell’umano. La santa che - da un monastero sul Reno del XII secolo non aveva mai separato creato e teologia, corpo e anima, scienza e grazia - offre la risposta speculare, la via d’uscita dal nichilismo tra struttura razionale (Logos) e forza vitale (Viriditas), un fuoco che non brucia e rende il creato leggibile e sacro.