Suol dirsi che a sconfiggere il socialismo reale siano stati i supermercati vuoti, cioè la penuria di beni di prima necessità nella Russia sovietica e nei paesi satelliti. È difficile contraddire questa tesi, ma l’impressione è che essa sia solo una parte della verità.
Da almeno un secolo a questa parte, da quando il mondo è diventato un “villaggio globale”, le guerre si vincono anche con le idee, che trasmettono modelli e stili di vita, e circolano nell’etere con una velocità impressionante. Da questo punto di vista, nel periodo della cosiddetta “guerra fredda” l’Occidente partiva enormemente svantaggiato. Se a produrre le idee sono gli intellettuali, anche nel mondo libero il fascino del comunismo aveva ormai coinvolto la più parte di loro e le poche “sacche di resistenza” non avevano mezzi e risorse, né luoghi di aggregazione, per passare all’offensiva. Al contrario di quel che accadeva all’altro fronte, ove Mosca, direttamente o attraverso la rete dei “partiti fratelli”, interveniva pesantemente.
LA CIA IN CAMPO
Fu in questo contesto che il governo americano, servendosi anche come braccio operativo segreto della Cia, passò all’azione con un programma culturale ad hoc che in sostanza si riprometteva di controbilanciare una pericolosa asimmetria. Una molto ampia ricostruzione di questa azione, suffragata da documenti inediti o desecretati, è stata compiuta da una nota giornalista inglese, Frances Stonor Saunders, in un volume che suscitò molto scalpore alla sua uscita, nel 1999, e che ora, a più di un quarto di secolo, Fazi propone in edizione italiana: La guerra fredda culturale.
Come la Cia ha influenzato l’immaginario europeo (prefazione di Giovanni Fasanella, pagine 668, euro 22). Una pubblicazione più che mai opportuna non solo perché il libro è diventato nel frattempo un classico, ma anche perché parla alla nostra attualità. Certi processi di globalizzazione comunicativa sono andati intensificandosi infatti in maniera esponenziale ed oggi buona parte dei conflitti politici si giocano sulla plausibilità ed efficacia delle diverse narrazioni proposte dai protagonisti. Un dato di fatto da accettare, tenendo però ben presente che non tutte le narrazioni sono uguali: sia per il rapporto che le lega alla realtà e alla verità, sia per la qualità dei fini e dei valori che veicolano.
È impossibile seguire il libro nelle vicende di cui dà conto e che interessano arte, letteratura, nel cinema, musica. Il principale strumento di azione di politica culturale fu, come mette bene in luce il libro, il Congresso per la libertà della cultura, una organizzazione sovranazionale che vide la luce a Berlino il 26 giugno 1950 sotto l’egida di intellettuali come Croce, Eliot, Jaspers, Dewey, Aron, Koestler. Nei suoi anni di attività il Congresso aprì uffici in trentacinque paesi e promosse pubblicazioni, eventi culturali, premi, riviste di altissimo livello. Fra queste ultime, l’italiana “Tempo presente” diretta da Silone e Chiaromonte.
La Saunders sottolinea un elemento non certo irrilevante: il Congresso nacque come risposta alla Conferenza per la pace tenutasi presso il Wardorf-Astoria Hotel di New York l’anno prima e che aveva avuta una vasta eco ed adesioni su una piattaforma che accusava la democrazia borghese di ogni nefandezza e gli Stati Uniti di essere “imperialisti” e “guerrafondai”. Da quell’incontro nacquero i cosiddetti “partigiani della pace”, che ebbero come simbolo una colomba disegnata nientemeno che da Picasso.
Insomma, come accade anche oggi, dietro la foglia di fico del pacifismo si facevano i concreti interessi dell’Unione Sovietica. L’autrice si dilunga molto sulle “malefatte” della Cia negli anni della guerra fredda, secondo un cliché che ha avuto molto corso in Occidente e che indubbiamente ha delle pezze d’appoggio.
Non si può prescindere però da due elementi: anche i più nobili ideali, di fronte al nemico, devono tener conto del “principio di realtà”, tanto che a volte “sporcarsi le mani” è quasi inevitabile; il fatto che anche gli episodi più controversi della storia della Cia siano presto venuti alla luce e sottoposti a critica, dimostra in modo inequivocabile la superiorità del mondo occidentale.
ATTACCHI
Le polemiche che segnarono l’uscita del volume vennero soprattutto da sinistra e si concentrarono sulla presunta “manipolazione delle coscienze” compiuta in funzione anticomunista in quella che sarebbe stata una vera e propria “guerra psicologica” fatta per mezzo di intellettuali “prezzolati”.
Che la tesi non regga è palese per due motivi: le iniziative e gli intellettuali beneficiati dalla “Nato culturale” erano uomini liberi, autorevoli, che diffondevano idee di libertà; comunque in Occidente era possibile sentire anche l’altra campana, che fra l’altro suonava più fortemente, e scegliere in piena libertà.
La Cia non gode purtroppo di un buon nome e non c’è dubbio che a volte abbia sbagliato. Da qui a farne un agente del male, e non l’agenzia di intelligence della più importante democrazia, ce ne corre. A ben vedere, anche in questo caso è stata la narrazione della sinistra, a discapito della realtà e della verità dei fatti.