«Chi sa solo di calcio non sa niente di calcio», è il noto aforisma attribuito a José Mourinho, anche se l’origine risale al suo maestro di scienze motorie, Manuel Sérgio, che ha definito il calcio, «il fenomeno di maggior magia del mondo contemporaneo». E se il calcio è momento di evasione per appassionati e tifosi, i mondiali ne sono il concentrato più potente, fiabesco e colorato, con la loro ciclicità impreziosiscono le nostre esistenze. Perché no, non è solo un pallone che rotola ma, per dirla con il nostro Pier Paolo Pasolini, un autentico «linguaggio con i suoi poeti e prosatori». Pasolini che giocava ala destra, come i leggendari Gigi Meroni e George Best, un ruolo metafisico che significa «mettersi di lato, lavorare di fantasia, cercare il senso per porgerlo ad altri».
Così uno stacco di testa in area di rigore può rappresentare una risposta filosofica, magari alla questione esistenziale posta da Camus, se la vita valga o meno la pena di essere vissuta. A proposito, sappiate che «non si gioca a calcio senza conoscere Camus». E non cercate conforto tra le parole del Kaiser Beckenbauer, «l’unico motivo per cui gioco a calcio è che non so fare nient’altro. Quando leggo Schopenhauer non lo capisco». Tenete bene a mente cosa dice Conrad, che «l’ombra che portiamo dentro è sempre più lunga di quella che facciamo al Sole».
LA SQUADRA PERFETTA
Un’ombra inquietante, come quella che incute ai loro avversari la squadra degli “Esclusi”, tra i quali figurano giocatori del calibro di Valentino Mazzola, Di Stefano, Best e Cantona. Se ve lo state chiedendo, “esclusi” perché non giocarono mai i mondiali. Angelo Carotenuto ha così il merito di risarcirli delle loro sciagure, inserendoli come nazionale più improbabile quanto formidabile della storia ne I Mondiali immaginari (Sellerio, pag 400, euro 17).
Non è un caso che l’autore competente in materia, decida di affidarli al “marinaio” letterato, Giovanni Galeone, un eretico del suo mestiere, che alla scintilla di Meroni preferisce il crepuscolarismo di Ezio Vendrame, quest’ultimo a Gianni Mura, che gli chiese un’intervista, propose di incontrarsi alla tomba di Pasolini. Dignità, alienazione, fatica, è il calcio poetico e malinconico ad un tempo, in un tempo dell’assurdo. Perché «assurdo non è perdere la palla, ma smettere di sapere dove vuole andare». Un po’ come questo inizio d’estate surreale per il calcio italiano, gravitante attorno alla parola “fondo”, come fondo d’investimento a ricordarci la fine dell’epopea del Milan berlusconiano, e il fondo toccato dalla Nazionale azzurra, a casa per il terzo mondiale di fila.
Tristezza e speranza, perché «oggi la patria cara / Gli antichi esempi a rinnovar prepara», per citare Leopardi nel suo componimento A un vincitore nel pallone (1821), che potrebbe rievocare l’animus pugnandi di un campione del mondo come Pietro Serantoni, un combattente di levatura eccelsa della nazionale di Vittorio Pozzo, che a Berlino giocò con un alluce rotto, prima di trionfare ai mondiali di Francia del ’38. Lo stesso cittì Pozzo, «uno che apprezzava i treni in orario ma non sopportava gli squadrismi», ebbe a dire come il medico che lo visitò, gli confidò che nemmeno in guerra vide superare con tanto stoicismo una simile lesione.
«Il calcio in fondo è sublimazione della guerra, undici uomini in pantaloncini corti sono la spada di un quartiere o una nazione, entrano in gioco odi e amori trasmessi in eredità dai padri ai figli», sono parole che Carotenuto attribuisce a Jorge Carrascosa, carismatico capitano dell’Argentina che si ritirò dall’albiceleste all’alba del mondiale del 1978. Proprio Argentina 1978-Italia ’34/’38 sono tra le due leggendarie nazionali che Carotenuto fa rivivere e incontrare nel suo torneo di calcio onirico, il cui aggettivo “immaginario” non è rivolto alla Nazionale italiana, ma al sublime torneo di calcio pensato e narrato dall’autore con dovizia di formazioni, aneddoti, filosofie di gioco e dialoghi sublimi. Come quello tra il nostro Arrigo Sacchi, paragonato a Robespierre «ossessivo e fanatico, un piccolo terrore per chi doveva subirlo», e Rinus Michels, mentore di Johan Cruyff, che rivolgendosi al tecnico di Fusignano dirà «lei vuole cambiare il mondo, io voglio che funzioni».
Nella gestualità di Sacchi, Michels rivedrà il 14 olandese disegnare linee invisibili nell’aria, al quale Arrigo risponderà con il nove e mezzo di Roby Baggio. A proposito, Cruyff o Baggio? Carotenuto li fa incontrare nella partita senza numeri dieci, tra l’Italia 1994 e l’Olanda del calcio totale 1974. Creature mitologiche.
RE MARADONA
La narrazione parte da Paul Gascoigne, un irregolare nei pensieri e nel fisico che se ne frega del discredito, e sua Maestà, Pelé, che si affrontano nella sfida tra l’Inghilterra 1990 e il Brasile 1970, tra gli inventori del football e gli interpreti più sopraffini del futebol. È l’inizio dei sedicesimi e di una narrazione incalzante quanto entusiasmante tra rigore della cronaca calcistica, letteratura e riferimenti storici, che traspaiono già dal confronto tra Argentina 1978 e Italia ’34/’38, nazionali in tempi di regime esempi precursori di quello che oggi viene definito sportwashing, dove Carotenuto contrappone il Balilla Meazza, che «non era fascista per ideologia, ma perché non sapeva si potessero avere altre idee», a Kempes, che riprendendo Gramsci, dirà che «il calcio è il regno della lealtà umana esercitata all’aria aperta».
Se Kempes mise il calcio argentino sulla mappa del calcio mondiale, Maradona cambiò i connotati della storia e del mondo in quel 22 giugno 1986 con i due gol più iconici di sempre nei quarti di finale del Mondiale messicano contro l’Inghilterra. E se il secondo è il “gol del secolo”, quello segnato cinque minuti prima che campeggia in copertina del monumentale lavoro di Jonathan Wilson, “La grande storia della Coppa del Mondo” (Limina, pp 496, euro 23,90), rappresenta la redenzione Argentina dopo la guerra delle Falkland/Malvinas. Con la mano de Dios, Maradona divenne icona non solo sportiva, ma sociale e umana, come Jorge Luis Borges che morì una settimana prima, simbolo universale della capacità degli ultimi, dell’America Latina di parlare al mondo. Perché «se la Champions rappresenta il massimo livello del calcio, è la Coppa del Mondo che suscita le passioni delle nazioni e conferisce gloria duratura che va oltre i confini del calcio».