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Vediamo il dolore ma abbiamo smesso di dolercene

In televisione un bambino che gioca tra le macerie non fa più notizia. E' in questa normalità che si nasconde oggi l’anomalia più grande
di Steno Sari domenica 21 giugno 2026

2' di lettura

In televisione un bambino che gioca tra le macerie non fa più notizia. E' in questa normalità che si nasconde oggi l’anomalia più grande. Viviamo in un tempo in cui la guerra non fa più rumore. Non perché sia meno violenta, ma perché è diventata familiare. Scorre nei notiziari come un dato inevitabile, quasi meteorologico.

E' forse questo il segno più inquietante del presente. Davanti al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, il 26 maggio scorso, il segretario generale António Guterres ha pronunciato parole che non suonano come un avvertimento, ma come una diagnosi: i conflitti sono al massimo storico dalla nascita delle Nazioni Unite e la corsa agli armamenti accelera mentre le risorse per lo sviluppo e i bisogni umanitari si riducono.

Non è una crisi tra le altre, questa. E' invece un cambio di stato della civiltà. Le società moderne investono cifre enormi nella sicurezza militare e sempre meno nella sicurezza sociale.

Ogni aumento della spesa per le armi è anche una sottrazione concreta: scuole non aperte, ospedali non finanziati, futuro ridotto a variabile strategica. Non è solo economia, è antropologia.

OVUNQUE E DA NESSUNA PARTE
Il punto da sottolineare però non è solo quante guerre combattiamo, ma ciò che stiamo diventando mentre le osserviamo. L’uomo contemporaneo è iperconnesso e disorientato, informato e impotente, presente ovunque e coinvolto da nessuna parte. La tecnologia ha ampliato lo sguardo, ma ha indebolito la responsabilità. Il paradosso è questo: più aumenta la capacità di vedere il dolore, più diminuisce la capacità di sentirlo. Così cresce una violenza più sottile: l’assuefazione. Le immagini di distruzione entrano nella quotidianità senza attraversare davvero le coscienze.

Il dolore degli altri diventa invisibile, non più esperienza morale. E qui corriamo il rischio decisivo del nostro tempo: non la guerra in sé, ma la sua normalizzazione. Perché la guerra non nasce all’improvviso. Prima si prepara nel linguaggio, poi nella mente, infine nella cultura. La paura è il suo acceleratore più potente. Una società impaurita non cerca verità, cerca protezione. E una società che cerca solo protezione finisce per accettare qualsiasi prezzo.

La fragilità di questa società non è solo politica. E' etica. La domanda decisiva non è se le guerre aumenteranno ancora. E se saremo ancora capaci di riconoscerle come uno scandalo, e non come una variante del possibile. Oriana Fallaci scriveva che “la guerra è inutile e sciocca, la più bestiale prova di idiozia della razza terrestre”. Perché il grado di civiltà di un’epoca non si misura nella potenza delle sue armi, ma nella capacità di fermarsi davanti a orrende carneficine.

Forse il vero collasso, non è la distruzione delle città in Ucraina, di Gaza o di Beirut, ma lo spegnersi dello sguardo collettivo: quando l’amore della maggioranza si raffredda, il mondo perde la sua umanità e si incammina verso il proprio declino e tramonto.

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