«Oh quanti parentell han tiraa in pee / per nominà i cojon! Gh’han ditt sonaj, / toder, granej, quattordes sold, badee, / zeri, testicol, ròsc, ball, baravaj; / gh’han ditt oeuv senza guss, bartolamee, / barlafus, fasoritt, menus, coo d’aj, / signori de cittaa, zeder, campee, / barolè, ballauster e coraj...» (Carlo Porta, Ricchezza del vocabolari milanes, vv. 1-8).
La prima pagina di “Libero” di ieri («Non era vero amore / Trump è un coglione») mi ha servito su un piatto d’argento la più ghiotta delle opportunità per lanciare una sfida al perbenismo linguistico, sospinto dall’onda liberatoria del divertimento (serio), con l’avvio di un percorso sulle parolacce dell’italiano.
L’origine di coglione (‘mentecatto’) è il latino tardo coleone, accrescitivo del classico coleus (‘testicolo’). Se i testicoli di una forma non rispondente alle attese sono segno di appartenenza a una ristretta classe di individui, fuori dal comune o di grande valore – dalle palle quadre –, anche dimensioni e consistenza, tra le componenti più frequentate nella denominazione delle gonadi maschili, dovrebbero suggerire la stessa idea: testicoli molto grossi sono sintomo di grande virilità, testicoli particolarmente duri trasmettono il senso di una persona forte, caparbia, coraggiosa e così via. Dirli graniti, come in certi usi giovanili del passato, o sostenere di avere le palle, sono dunque un tutt’uno: il granito è pietra proverbialmente durissima e le palle, se si vuole dimostrare di averle, devono essere altrettanto toste.
Nel caso di coglione – o del sinonimo minchione– l’accrescitivo tradisce le attese. Il grosso testicolo diventa qui, per antifrasi, quello di una testa di cazzo. E poiché i coglioni vanno sempre in coppia, si sa, ecco allora, fra le altre strade più battute dalla saggezza popolare per dare nome ai cosi (con la rotondità, la posizione “periferica”, il valore secondario o accessorio, la sospensione nel vuoto, il fatto di costituire un peso), anche la circostanza di essere in due. Che si tratti di letterari didimi – dal greco dídymos (‘doppio’, ‘gemello’), riferito anche ai nostri attributi – o di dialettali gemelli.