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La frattura mai sanata tra Chiesa e salotti letterari

Per i 100 anni della casa editrice vaticana, Leone XIV riceve un gruppo di scrittori per riaprire il dialogo avviato da Paolo VI
di Caterina Maniaci mercoledì 24 giugno 2026

3' di lettura

li amici della vera arte» sono «amici della Chiesa». Senza l’arte, il mondo rischierebbe di cadere nell’indifferenza e nella disperazione. Il compito degli artisti è quello di «carpire dal cielo dello spirito i suoi tesori e rivestirli di forme accessibili». La Chiesa ha bisogno di loro, riconosce il ruolo storico degli artisti nell’aver edificato e decorato i templi e reso comprensibile il mondo invisibile. Il Papa chiede anche perdono per tutte quelle volte che sono stati imposti canoni rigidi trasformati in una «cappa di piombo» sulla loro creatività. È l’8 dicembre 1965, si chiude il Concilio Vaticano II, e il pontefice, Paolo VI, pronuncia quello che è passato alla storia come il Messaggio agli Artisti, un appello a poeti, scrittori, pittori e musicisti. Il Papa invoca una nuova alleanza.

Passano più di sessant’anni, si susseguono discorsi, appelli, iniziative per cancellare quella frattura che non avrebbe ma dovuto aprirsi. Però, soprattutto nel secondo dopoguerra del Novecento, la definizione di “cattolico” era concepito come una deminutio, nel mondo dell’editoria, dei salotti buoni, dei circoli vari, delle pagine culturali di quasi tutti i giornali... Oggi accade qualcosa che fa tornare in primo piano questo tema cruciale. In occasione del centenario della Libreria editrice vaticana (Lev), Leone XIV riceverà oggi in udienza privata un gruppo di scrittori, che rappresentano alcune delle voci più significative della letteratura contemporanea internazionale, diversi per credo religioso (o nessuno): tra loro Jon Fosse, premio Nobel per la letteratura 2023, convertito al cattolicesimo nel 2013, Marilynne Robinson, una delle più grandi scrittrici statunitensi, protestante, Elizabeth Strout, altra autrice formidabile made in Usa. E ancora Eric-Emmanuel Schmitt, «G Mircea Cartarescu, Jonathan Safran Foer, Colum McCann, Julia Navarro, Daniele Mencarelli ed Enrico Brizzi. Figurano anche autori legati alla Lev come Adrien Candiard, Eraldo Affinati e Paolo Malaguti, oltre a David van Reybrouck, Susanna Tamaro, Maria Grazia Calandrone, Lila Azam Zanganeh.

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Fondata nel 1926, la Lev è la casa editrice ufficiale della Santa Sede. Papa Leone, il 2 maggio scorso, ha ricevuto i dirigenti e il personale della Lev. «Nell’epoca del digitale, la fisicità del libro ci rimanda al ruolo del pensiero, della riflessione e dello studio. Leggere è nutrire la mente, aiuta ad alimentare un senso critico consapevole e formato, a guardarsi da fondamentalismi e scorciatoie ideologiche», ha sottolineato durante l’incontro. Esortando «tutti a leggere libri, come antidoto alla chiusura mentale, che si riflette in atteggiamenti rigidi e in visioni riduttive della realtà». Il libro come antidoto agli schematismi, alle chiusure, alle emarginazioni. Ma proprio gli scrittori cattolici sono stati a lungo considerati una categoria a parte, soprattutto negli anni dell’ideologia che confinava alcuni autori, importanti, in un cerchio chiuso. È ancora così? Forse no, ma giudicati con sufficienza, se non con diffidenza, o semplicemente ignorati, da una certa parte dell’editoria e di certa critica.
Qualche anno fa il Catholic Herald, redigendo una lista di scrittori cattolici o variamente influenzati dal cattolicesimo, ha messo in rilievo quanto sia lunga e ricca di nomi illustri. Da veri caposaldi come Chesterton e Tolkien, Graham Greene, Flannery O'Connor e Evelyn Waugh, alle tracce di cattolicesimo, più o meno rilevante, che si possono ritrovare nei romanzi di Joyce e di Thomas Pynchon, di Hemingway e di Fitzgerald, di Don DeLillo e di Cormac McCarthy. E uscendo dai confini della letteratura angloamericana, ecco Bernanos, Claudel, Julien Green, Sigrid Undset, Heinrich Böll, Hermann Broch...

IL MARCHIO
L’aggettivo «cattolico» è stato spesso usato come una sorta di marchio negativo, un efficace abrasivo per cancellare, o almeno in parte rimuovere dal canone ufficiale scrittori strepitosi quali Giovanni Guareschi, Mario Pomilio, Giovanni Testori, Luigi Santucci. Esistono poi casi eclatanti, come quello di Eugenio Corti, a lungo ignorato e sottovalutato dal mondo accademico e dalla grande stampa. Principalmente per via delle sue posizioni fieramente cattoliche e anticomuniste, in contrasto con l’egemonia culturale di sinistra del momento. Nonostante tutto ciò, il suo capolavoro, Il cavallo rosso (1983), è diventato un classico amato da migliaia di lettori. In Francia, poi, l'opera di Corti ha avuto un riconoscimento immediato e prestigioso. Va ricordata anche la vicenda di Elena Bono, scrittrice e poetessa di prima grandezza ma finita presto nel dimenticatoio, amata da Luchino Visconti e da Pier Paolo Pasolini, alle cui proposte di collaborazione ha detto no pur di non sottoporre i suoi testi ad “adattamenti” che stravolgessero la sua ispirazione. Che, come lei stessa ha più volte dichiarato, è sempre stata solo “una Voce”, non le tanti voci schiamazzanti in molti cortili letterari.

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