Uno scrittore può insultare un collega? Michele Mari ha rischiato l’esclusione dal Premio Strega per avere sparlato di Michela Murgia in una conversazione privata che è stata poi rivelata. «Era intransigente e violenta, perché era brutta. E sfogava così la sua rabbia», avrebbe detto nel pulmino che portava i sei scrittori candidati al premio in giro per l’Italia: a Elena Rui, ma è stato denunciato da Teresa Ciabatti. Certo, se si dovesse fare un’epurazione nelle antologie di chi si è reso colpevole di nefandezze del genere, sarebbe una strage. Perché la storia della letteratura è pure tutta fatta da intellettuali che dicono peste e corna di altri intellettuali. In qualche caso, in privato. «Un pacco di merda, a quel nano, altro che il Nobel!», commentò ad esempio Giuseppe Ungaretti sul Premio Nobel per la Letteratura dato nel 1959 a Salvatore Quasimodo.
«Cretino fosforescente» e «nullità tonante» furono termini con cui Gabriele d'Annunzio definiva Filippo Tommaso Marinetti: peraltro ricambiato come «Madame La Reclam», «Montecarlo di tutte le letterature», «passatista». Più complessa la situazione tra Alessandro Manzoni e Giacomo Leopardi. I due si erano incontrati e stretti la mano, e il milanese aveva confidato al marchigiano di avere molto apprezzate le Operette Morali. Ma Leopardi nelle sue lettere ora si vanta di aver fatto «conoscenza e amicizia col famoso Manzoni di Milano, della cui opera tutta Italia parla». Ora dice che il suo romanzo «fa tanto rumore, e val tanto poco». In compenso, a Manzoni sono attribuite queste confidenze in milanese: «eeeh quel Tommaseo... vün pe’ ‘n cièsa e vün a casìn». Su Niccolò Tommaseo, che un giudizio su Leopardi in qualche modo affine a quello di Mari sulla Murgia lo aveva addirittura messo in versi. «Natura con un pugno lo sgobbò/ “canta!” gli disse irata, ed ei cantò».
Ma in versi c'è pure il duro scambio tra Vincenzo Monti e Ugo Foscolo. «Questi è il rosso di pel Foscolo detto,/ Sì falso che falsò fino sè stesso,/ Quando in Ugo cangiò ser Nicoletto,/ Guarda la borsa, se ti viene appresso». «Questi è Monti poeta e cavaliero/ Gran traduttor dei traduttor d’Omero». Dai rispettivi punti di vista, avevano ragione tutti e due. Effettivamente Niccolò Foscolo, ribattezzatosi Ugo, ospite di Monti aveva corteggiato sua moglie, l’attrice Teresa Pichler, che gli ispirò Le ultime lettere di Jacopo Ortis. Ma Foscolo, nato a Zante da madre greca, potè facilmente appurare che Monti il greco lo sapeva male, e quella versione dell’Iliade che ancora è la più famosa in italiano la costruì su versioni latine. Ma ancora più famosi sono questi versi di Guido Gozzano: «L’Iddio che a tutto provvede/ poteva farmi poeta/ di fede; l’anima queta/ avrebbe cantata la fede./ Mi è strano l’odore d’incenso:/ ma pur ti perdono l’aiuto/ che non mi desti, se penso/ che avresti anche potuto,/ invece di farmi gozzano/ un po’ scimunito, ma greggio,/ farmi gabrieldannunziano:/ sarebbe stato ben peggio!». Insulti italiani?
A proposito di prendersela con i morti, ci sarebbe Mark Twain su Jane Austen, «Ogni volta che leggo Orgoglio e pregiudizio, mi viene voglia di dissotterrarla e picchiarla con il suo femore». E anche Vladimir Nabokov su Feodor Dostoevskij: «Un autore mediocre, gonfiato dalla pietà dei lettori». Mentre Aldoux Huxley intitolò addirittura Vulgarity in literature, un saggio su Edgar Allan Poe, paragonando i suoi versi a un uomo che indossa un anello di diamanti su ogni dito.
«Non è mai stata un’artista. Ha il famoso stile scorrevole così caro ai borghesi. È stupida, è pesante, è chiacchierona. Porta nelle sue idee morali, la stessa profondità di giudizio e delicatezza di sentimento delle portinaie e delle mantenute», è il giudizio di Charles Baudelaire su George Sand. «Un idiota che pensa di essere un genio», «Non è letteratura, è stenografia per camionisti» dice Truman Capote di Jack Kerouac. «Un ubriacone autodidatta che gioca con la grammatica», dice Virginia Woolf di James Joyce. Ma il massimo è forse Mario Vargas Llosa, che, dopo essere stato grande amico di Gabriel García Márquez ed avere anche scritto una tesi di dottorato su Cent’anni di solitudine, dopo aver litigato con lui per questioni ideologiche e personali lo prese addirittura a cazzotti.
«Battiato è considerato un autore intellettuale e invece tu ti vai a fare l’analisi dei suoi testi e sono delle minchiate assolute». Fu il commento che la stessa Michela Murgia sentì di dover fare quando si seppe della morte di colui che moltissimi italiani hanno considerato uno dei più grandi e colti musicisti della nostra epoca, e aiuta un attimo a inquadrare quel giudizio sulla stessa Murgia come «intransigente e violenta» che Michele Mari ha dato, rischiando per questo l’esclusione dal Premio Strega. Vero: Mari non si è limitato a dare un giudizio duro, ma lo ha motivato con l’idea che la scrittrice sarda fosse in un certo modo «perché era brutta. E sfogava così la sua rabbia».
Però lo ha detto - anzi, lo avrebbe detto in quanto lui nega di aver pronunciato quelle frasi - in privato, nel pulmino che portava gli scrittori candidati al premio a Bisceglie: a Elena Rui, ma è stato denunciato da Teresa Ciabatti. La Murgia ha dato il giudizio su Battiato senza attribuire una cattiva qualità musicale a dati fisici, ma lo ha espresso in pubblico. Il tono di Mari è anche sessista? Murgia sostenne che «nascere maschi in un sistema patriarcale e maschilista è un po' come essere figli maschi di un boss mafioso».