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L’insostenibile leggerezza di scrivere (e vivere)

Vita, passioni e legami con le opere di uno degli scrittori più riservati raccontati da chi ha condiviso con lui anni di amicizia
di Bruna Magi giovedì 25 giugno 2026

3' di lettura

C'è chi rilancia quel titolo per descrivere qualcosa che non capisce. Espressione indefinibile in senso razionale che la dice lunga sulla capacità di esprimersi da parte degli esseri umani. È la lieve felicità di constatare l’esistenza in un attimo fuggente, per avvertirne subito dopo il peso che ti trascina nell’abisso. Persino oggetto di ironie verbali e battute sotto il profilo enigmatico, e di mille sfaccettature nel dipanarsi di personaggi e accadimenti nel corso della lettura. È uno dei più grandi romanzi del Novecento, L’insostenibile leggerezza dell’essere, che all’uscita fu evento di portata mondiale, autore Milan Kundera, nato nell’allora Cecoslovacchia marchiata dal comunismo, morto a Parigi tre anni fa. E oggi, piacevole sorpresa, c’è chi ci racconta, in un’intensa biografia, quasi un folle reportage, anche la sua pesantezza del vivere, ma sempre ironicamente allegra, riassunta nell’ineluttabile necessità di scrivere. Tutto questo nel libro di Florence Noiville, giornalista e scrittrice, responsabile della narrativa straniera per Le Monde des livres, titolo Scrivere, che strana idea! Vita di Milan Kundera (I Colibri di Neri Pozza, pag. 297, euro 25).

Noiville ha avuto l’idea, la forza e il privilegio, meritato (non è da tutti chiedersi con profonda convinzione, che cosa spinga le persone a scrivere) di poter entrare nelle segrete stanze di un romanziere tanto enigmatico quanto dichiarato, e viceversa, che teneva il tritadocumenti sulla scrivania, per essere sicuro che nessuno avrebbe mai potuto accedere ai suoi scritti privati. Chiedeva di dimenticarli per leggere soltanto i suoi libri, quando, piccolo vezzo, sapeva benissimo che i libri di qualunque romanziere sono intrisi della propria vita. Lo sapeva bene il compatriota più letterariamente illustre e anche suo scrittore preferito, Franz Kafka, condividendone il pensiero, come scrive Alessandro Piperno nella prefazione: «Allorchè nel mio organismo fu chiaro che lo scrivere è il lato più fertile della mia natura, ogni cosa vi si concentrò lasciando deserte tutte le facoltà intese alle gioie del sesso, del mangiare, del bere, della riflessione filosofica e soprattutto della musica». E Kundera aggiungeva dicendo di se stesso: «Il romanziere insegna alla gente a cogliere il mondo come una domanda. In questo atteggiamento ci sono saggezza e tolleranza».

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La Noiville ottenne la fiducia di Kundera, grazie alla sua capacità di osare, gli aveva chiesto di partecipare a una trasmissione televisiva, che lui naturalmente aveva rifiutato, ma divennero amici. Iniziò così una lunga frequentazione, anche in compagnia dei rispettivi coniugi, Vera, la moglie di Milan, e Martin, marito di Florence, chiacchierate al caffè, cene nella casa parigina, viaggi. Dall’infanzia con i genitori che gli avevano tramesso l’amore per la musica, all’espulsione dal partito comunista e dall’università, alla cittadinanza francese, al raccontarsi, agli anni Sessanta, quando per Kundera il più grande regista vivente era Federico Fellini, e per Fellini il più grande scrittore era Milan Kundera, le amicizie più folli e creative, come quella con Lou e Wifredo Lam. Si passa attraverso la primavera di Praga , la ribellione della libertà contro l’oppressione sovietica, e così si torna al punto di partenza, quell’irresistibile leggerezza... Perché il romanzo si svolge tra la ribellione e la successiva invasione della città da parte del Patto di Varsavia. E perché, nonostante la volontà di Kundera di non volr manifestare il suo privato, questa dimensione appare in ogni riga. Specialmente nei rapporti con le donne, perché il suo parterre dal punto di vista femminile è sempre piuttosto affollato. Utile ricordarlo.

Il protagonista Thomas, un chirurgo che finisce nei pasticci per aver scritto un articolo critico verso i comunisti, ha una compagna ufficiale, Teresa, che ha la pericolosa inclinazione a fotografare gli occupanti sovietici, ha un’amante pittrice, Sabina, che a sua volta ha un altro amante, Franz, professore universitario molto romantico e idealista che, poverino, tende a vedere in lei la leggerezza dell’esistenza, oltre a partecipare a proteste in Thailandia, dove viene ucciso. C’è anche il cane Karenin, fra i personaggi, che per essere precisi è una femmina, anche se porta il nome del discutibile consorte di Anna Karenina e la sua leggerezza la trova nell’amicizia con un maiale, Mefisto. Sì, leggerezza, sempre quella, che permane oltre la vita. Nella cartella dove conservava i disegni di Milan, Florence, prima di scrivere il libro, ha ritrovato lo schizzo di una figurina leggerissima, leggiadra, ridente, che le invia un saluto: «Florence, Martin, arrivederci!».

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