L a mosca vola ronzando e si posa sull’orlo di un bicchiere, poi si solleva in un altro breve ronzio e va a posarsi su una fetta di melone, sulla superficie liscia di un piatto. Vola e si posa, sarebbe solo un attimo, prima di tornare a cercare qualcosa di più appetitoso verso cui dirigersi... invece, quell’attimo diventa eterno, perché l’insetto si ritrova ritratto in un dipinto, prima esposto nei salotti di ricchi borghesi fiamminghi e poi in musei sparsi nel mondo. Sono mosche fortunate, milioni di altre della stessa specie, nei millenni, sono state malamente scacciate via con dispetto o spiaccicate su tavole e muri.
Dura la vita della mosca, perennemente associata a fastidio, calore, sporcizia e rifiuti maleodoranti, senza contare i macabri ritrovamenti di cadaveri e resti animali di cui, con nugoli di compagne, è spesso oscura messaggera, ma a riflettere meglio la sua storia è molto più complessa e interessante. E antica. Nella tradizione ebraica e babilonese è simbolo di sporcizia e di malevoli avvertimenti dagli inferi. Compare nei dialoghi dei filosofi greci, nei bestiari latini e medievali, si posa sulle pagine dantesche e non smette più di svolazzare tra le pagine di romanzi e tra i versi di tanti poeti. Nel 1950, Giuseppe De Lorenzo, scienziato e intellettuale eclettico, le dedica un trattato sorprendente, oggi riscoperto in una nuova edizione (Graphe edizioni, pp.82, euro 9,50) curata da Maurizio Tarantino, arricchita da una interessante introduzione, apparati e materiali d’archivio, tra cui lettere scambiate con Croce e Laterza. A impreziosire il volume, una antologia di testi rari e significativi: da Simonide a Luciano, fino a Tesauro, Alfieri e Trilussa, con nuove traduzioni dal greco di Aldo Setaioli. De Lorenzo è stato scienziato di fama internazionale, geologo, orientalista e senatore del Regno.
DIFESO DA CROCE
Professore alla Federico II, autore di oltre 250 opere, ha unito ricerca scientifica e interesse per il buddhismo e la filosofia orientale. Anche la sua vicenda politica e umana è particolare: l’amicizia con Benedetto Croce, la sua adesione al regime fascista, blanda e dettata più che altro da motivi pratici, a cominciare dal posto di docente universitario, Cosa che pagherà con il duro giudizio a cui è sottoposto nel dopoguerra, tanto che Croce stesso cercherà di prendere le sue difese. Non servirà a molto, lo studioso viene dichiarato decaduto dalla carica senatoriale e marchiato a fuoco. Colpo duro, ma di lì a poco, torna al lavoro: manuali di geografia, saggi, compreso questa Breve storia letteraria della mosca, articoli su riviste e atti accademici, carteggi fitti, fino alla morte, avvenuta nel 1957.
La storia comincia dunque da molto, molto lontano. Essendo spesso a contatto con escrementi e putredine fin dai tempi del Vecchio Testamento la mosca annuncia cose poco piacevoli; in Isaia sciami di mosche vengono interpretati come messaggeri degli eserciti egiziani; e mosconi si fanno strumento della persecuzione divina come quarta piaga che colpisce l’Egitto, nel Libro dell’Esodo. Nell’antico Oriente e in seguito nella Grecia di Omero è interpretata in senso positivo, non viene sempre scacciata e spesso ha a che fare con gli dei e gli eroi. greci e i romani osservano con attenzione gli insetti e ne fanno oggetto dei primi trattati scientifici. Omero nell'Iliade usa la mosca come metafora della tenacia del guerriero che non si arrende mai anche se viene ripetutamente cacciato.
Se le mosche popolano le pagine letterarie, sono numerose anche nell’arte. Piccole e perfette, tanto da poterne percepire il fastidioso ronzio, iniziano a posarsi dentro le tele di Mantegna e di Jan van Eyck e altri fiamminghi, per divenire vera e propria moda a partire dal Cinquecento, e che viene consacrata nel Seicento, con Guercino e Guido Reni e una serie di meravigliose nature morte di autori di tutta Europa. Le mosche svolazzano ovunque, ma evitano le tele di Caravaggio, nonostante le sue vivide ceste di frutta e fiori. Accolte invece nel dipinto Ritratto di un Certosino realizzato nel XV secolo dal pittore fiammingo Petrus Christus, in cui l'insetto è dipinto sulla cornice in trompe-l'œil.
AI GIORNI NOSTRI
Scorrendo i secoli, Maurizio Tarantino spiega nella sua introduzione, che la letteratura novecentesca è «ricchissima di mosche, con valenze maligne o benigne (...). Possono prevalere gli aspetti cupi e oscuri, come in Conrad, Pirandello (nella novella La mosca l’insetto contagiato dal carbonchio è messaggero di morte, ndr), Sartre o Golding (nel romanzo Il signore delle mosche, gli animali simboleggiano la corruzione dell’essere umano, ndr); oppure quelli paradossali, come in Buzzati, Monterroso o Volponi. La mosca trova nel Novecento sfumature inedite nella poesia di Leonardo Sinisgalli e Pablo Neruda, e nella sensibilità di molte scrittrici», solo per citarne qualcuna, Grazia Deledda, Irène Némirovsky, Anna Banti. E fino ai nostri giorni, con Andrea Tarabbia e il suo Giardino delle mosche:, (2015) e i Pensieri della mosca con la testa storta, nel 2021 di Giorgio Vallortigara, come si scopre nella curiosa Moscografia che chiude il volume.




