Identità. Fa strano quando a maneggiare questa parola sono coloro i quali i confini - ideali, di Stato e tra persone - vorrebbero liquefarli. Così mentre i Pride d’Italia, ieri pomeriggio, iniziavano a srotolare i loro serpentoni vederli agitare la bandiera della Palestina diventa l’emblema di tutte le contraddizioni che portano in piazza. Perché, in primis, pensare di vederli autoderminatori delle volontà nazionali di un popolo diventa esercizio distopico. In quella terra uomini e donne muoiono per quello che sono, per quello che rappresentano e invece qui, alle nostre latitudini come in giro per l’Europa, il vessillo rosso, verde, bianco e nero diventa ornamento. E in seconda istanza perché là, nelle terre di Medio Oriente, i diritti Lgbt e affini sono una chimera senza fondamenta. Giugno è il mese del Pride e lungo lo stivale ne abbiamo viste di ogni. A Bologna, nel corteo andato in scena il 13 giugno, lo slogan era inequivocabile: «Le frocielo sanno da che parte stare: no Pride in genocide, free Palestine». Inclusivi, mica tanto. Nel capoluogo emiliano, infatti, un gruppo di israeliani ha denunciato al Times of Israel di non aver avuto la possibilità di prendere parte al Rivolta Pride, così denominato nella città felsinea. «Ero lì con mia moglie, mio figlio e un’altra famiglia con i passeggini», ha detto uno degli uomini presenti al corteo e intento a sventolare una bandiera arcobaleno con la stella di David sopra, «e abbiamo filmato le loro urla». Poi? «Siamo stati attaccati perché ebrei».
Camilla Ranauro, presidente del Cassero ovvero i promotori della manifestazione, ha detto che «si tratta di un gruppo, Keshet, che promuove diritti di genere in Israele. Per noi era pacifico potessimo sfilare tutti insieme. Ma abbiamo chiesto che lasciassero da parte la bandiera con il simbolo di Israele, perché il Pride condanna quello che sta avvenendo in Palestina». Com’è includente lei. A Roma la cifra stilistica è stata la stessa. Anche se all’ultimo, prima del corteo del 20 giugno, Roma Pride e Keshet Italia hanno fatto la pace. L’associazione ebraica Lgbt ha potuto partecipare a una sola condizione: niente carro. Come ha fatto notare, sulle colonne del Foglio, Giulio Meotti il più grande e importante, nonché unico, Pride di tutto il Nord Africa e del Medio Oriente si «svolge sulle sponde del Mar Morto, nel lato israeliano “occupato”, non in quello giordano».
Leggasi Israele dove «la diversità sessuale non è condannata a morte e dove un gay non deve temere il patibolo». Ha ricordato la vicenda di Mahmoud Ishtiwi, comandante del battaglione Zeitoun di Hamas a Gaza, accusato di essere omosessuale. Accusa che gli è costata, prima, la tortura e poi la condanna a morte. E, inoltre, ha raccontato di Ahmad Abu Murkhiyeh, gay palestinese che ha vissuto per un paio di anni in Israele come richiedente asilo. «Un giorno Ahmad viene convinto da una persona di cui si fidava a tornare a Hebron, sotto l’Autorità palestinese, dove viene decapitato e il corpo senza testa gettato sul ciglio di una strada, mentre le immagini del cadavere smembrato venivano diffuse sui social network palestinesi». Ieri, così nelle sette città italiane dove si è tenuto il Pride, abbiamo assistito a Napoli al carro della Cgil diventato ormai un sindacato dalla parte di tutti meno che dei lavoratori - agghindato con le bandiere palestinesi. Inoltre, qui, Antonello Sannino presidente del Arcigay partenopeo è stato fortemente criticato per essere stato in viaggio in Israele lo scorso anno. A Milano, invece, sul periodico Il Sud Milano, Roberto Muzzetta vicepresidente di Arcigay, ha dichiarato che la loro posizione è chiara. «Siamo stati tra i primissimi Pride a usare la parola genocidio nel documento politico parlando di Gaza, due anni fa. Abbiamo invitato un attivista palestinese a portare la sua testimonianza dal nostro palco». E così sfilano con l’emblema palestinese senza spendere una parola sull’assenza di diritti in quelle lande e sul trattamento riservato lì a omosessuali e trans. Anche se questo non è nemmeno più il punto, perché così la bandiera della Palestina diventa un ornamento sviscerato dal suo senso. Cospargere la guerra di glitter non la renderà meno brutale, ma forse è utile a chi vuole lavarsi la coscienza.




