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Ricette e pozioni: quando cucinare era magia

I misteri del pane, della carne e le incredibili virtù del brodo di formiche: alimentazione e alchimia nella cultura medievale
di Alberto Fraja lunedì 29 giugno 2026

4' di lettura

Vi fu un tempo (i secoli alto medioevali dell’Occidente) in cui si riteneva che il cibo potesse essere intriso di poteri tali da cambiare la realtà, alterare la forma o la sostanza delle cose, attraversare i confini tra il naturale e il sovrannaturale. Esso veniva considerato come una forma di “magia”, attraverso il potere alchemico della trasformazione e come meditazione e presenza al simbolismo esoterico degli ingredienti. Cucinare e mangiare, insomma, erano considerati gesti di nutrimento sia del corpo che dell’anima. A corroborare tale concezione, aveva contribuito non poco il neoplatonico Plotino con la sua “simpatia cosmica”, concetto secondo il quale, l’universo opera in accordo a legami di simpatie e antipatie tra esseri animati, inanimati, corpi celesti e tutto il resto.

Un’ampia selezione di casi relativi all’uso del cibo e di ingredienti per ricette e pozioni con effetti che toccano l’occulto, il magico e il sovrannaturale la fornisce l’interessante saggio di Andrea Maraschi A tavola con i demoni (Laterza, 192 pagine, 18 euro). Il titolo non meravigli siccome nelle epoche di cui si tratta si era convinti che la magia fosse efficace (anche) per gentile concessione di Satanasso e dei suoi compari e, ciò nonostante, uomini di buon senso come Origene d’Alessandria, si dannassero l’anima a confutare certe superstizioni.

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TRADIZIONE EBRAICO-CRISTIANA
La società altomedievale, insomma, non rimase impermeabile all’idea che qualsiasi cosa, anche la più apparentemente insignificante, potesse dischiudere le porte del cosmo. Il pane, per esempio, che nella tradizione ebraico-cristiana costituisce il fulcro della liturgia e il mezzo più immediato di partecipare alla divinità, poteva simboleggiare anche il male. San Girolamo affermava che il pane dell’Anticristo viene cotto ogni giorno nel cuore degli eretici dal fuoco del diavolo. Inoltre, il lievito, pur rendendolo più gustoso e facilmente digeribile, ne corrompeva la purezza.

«Sappiamo da vari canoni conciliari che il pane veniva anche utilizzato per svolgere sortilegia, la pratica di prendere decisioni o determinare la volontà divina per mezzo del lancio di «sorti» condannata, per esempio, dal Concilio di Orléans del 511», ricorda l’autore. Non meraviglia, poi, che sul consumo della carne degli animali immolati alle divinità pagane, in particolare nell’Europa centro-settentrionale, consuetudini sacrificali generalmente celebrate presso luoghi ritenuti sacri come tombe, alberi, pietre, fonti, e crocicchi, cadesse il verboten della Chiesa. Chiesa che condannava anche certe pratiche francamente disgustose come quelle indicate dai cosiddetti Kyranides, un manuale sulle virtù e proprietà terapeutiche di ciò che si trova in natura, nel quale si raccomandava tra l’altro di ingerire la carne di serpente essiccata, condita con spezie, per guarire o quasi da tutte le malattie (una specie di tachipirina ante litteram), di appendersi al collo i suoi occhi se affetti da patologie oculari e i denti se tormentati da dolori a canini e premolari. A non dire del cerume di mula che, se somministrato in una bevanda a una donna, l’avrebbero resa sterile. E che ve ne pare del brodo di formiche lessate? Secondo quei nostri antenati, sorbirne avrebbe risolto il problema delle verruche. Bah.

Ancora. Un rimedio volto a suscitare l’amore di una donna, raccomanda di mettere a mollo per due giorni, in uno speciale olio e prima di mangiarlo, un certo pesce del Nilo, all’inizio del nuovo mese lunare. Il calendario lunare era una fondamentale scansione del tempo in questa tradizione, ma la Luna era anche ritenuta legata al ciclo mestruale femminile e, dunque, alle sue funzioni riproduttive. Un altro rimedio per accendere la libido consisteva nello spalmare sui genitali una mistura di uova di corvo, succo di piantaggine barbatella e bile di anguilla.

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LOCANDIERE MALEFICHE
Sant’Agostino, nel trattato in cui compara la «Città di Dio» a quella dell’uomo, condannava quanto pare accadesse in una non meglio specificata regione italiana dove alcune locandiere, iniziate ad arti malefiche, «usano offrire ai viandanti qualcosa nel formaggio che li trasformava in giumenti all’istante, così da poter trasportare quanto necessario e, una volta compiuto il loro lavoro, ridiventare uomini».

Un capitolo del libro di Maraschi è, poi, dedicato alla cucina da incubo, un florilegio di ricette ripugnanti che la metà basterebbero. Quante volte abbiamo sentito la frase «del maiale non si butta via niente»? Bene. Nella tradizione medico-magica dei secoli di cui qui si tratta si sarebbe potuto dire lo stesso dell’essere umano (soprattutto se caduto in battaglia) di cui pure non si sprecava nulla: capelli, scaglie di pelle, organi genitali, peluria, feci, urina, sudore, sperma, sangue, saliva, unghie, denti, ossa, bile, latte materno.

Nel Ghayat, o Picatrix, uno dei più celebri trattati medievali di magia, astrologia e occultismo, si descrive con dovizia di particolari di come utilizzare le frattaglie d’uomo per ricavarne talismani: per esempio, tagliando a pezzi un membro maschile e mescolandolo con giusquiamo, oppio e noci essiccate: il tutto da ridurre rigorosamente in polvere. Dopo aver lasciato putrefare il composto in un contenitore di piombo, si consigliava di conservare il risultante succo, con il quale condire cibi o bevande all’occorrenza. Buon appetito.

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