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Premio Strega, vince Michele Mari. Le ultrà di Michela Murgia di sasso

giovedì 9 luglio 2026

3' di lettura

Alla fine il premio Strega lo ha vinto il favorito Michele Mari, andando oltre le polemiche (per molti, pretestuose) che lo hanno travolto per delle sue presunte frasi carpite in una conversazione privata e fatte arrivare alla stampa da una manina misteriosa, su Michela Murgia, "violenta perché brutta". Parole che Mari aveva subito smentito, ma non era bastato a preservarlo dalla gogna della sinistra salottiera e delle femministe talebane, vestali del ricordo della grande scrittrice sarda morta nell'agosto del 2023. Per quelle parole, qualcuno aveva avanzato l'ipotesi di escludere il 71enne dalla cinquina dei finalisti. 

Ma il libro del milanese Mari è stato più forte di veleni, accuse e recriminazioni. I convitati di pietra (Einaudi) ha conquistato l'ottantesima edizione dello Strega, celebrata per l'occasione di questo speciale anniversario al Campidoglio di Roma, dopo che un mese e mezzo prima aveva fatto suo lo "Strega Giovani". Il romanzo ha ottenuto 190 voti, più di Matteo Nucci con Platone. Una storia d'amore per Feltrinelli, (152 voti), di Bianca Pitzorno con La sonnambula per Bompiani  (84 voti), di Alcide Pierantozzi con Lo sbilico per Einaudi (78 voti), di Teresa Ciabatti con Donnaregina per Mondadori (75 voti) e di Elena Rui con Vedove di Camus per L'orma (64 voti).

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Mari ha scritto un libro commosso e giocoso, svelando con perfido divertimento le pulsioni che si nascondono dentro l'amicizia. Perché in questa storia, prima di un imprevedibile finale, vale il contrario di quanto recita il proverbio: chi perde un amico trova un tesoro. Un volume dominato anche da una domanda di fondo: davvero il destino di ciascuno di noi è già scritto? E' questo che pensano gli ex alunni della III A quando, superato l'esame di maturità, siglano il "patto sciagurato" che li vincolerà fino all'ultimo giorno.

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Del resto il tempo della scuola è l'unico a rimanere immobile: anche dopo trent'anni non saranno le rughe o i chili in più a contraffare la sagoma di un vecchio compagno di banco. Ma quando di mezzo ci sono il demone della competizione e il miraggio di un premio favoloso le variabili si moltiplicano. E così un accordo nato quasi per scherzo si tramuta in una sfida senza esclusione di colpi per rimanere in vita il più possibile. Quasi una metafora del premio letterario più ambito e conteso del mondo culturale italiano. 

Mari, nato a Milano nel 1955, è scrittore, filologo italiano, traduttore e professore di Letteratura italiana presso l'università degli Studi di Milano. Ha collaborato con quotidiani come il Corriere della Sera, la Repubblica e Il Manifesto, un cirriculum che non lo ha però messo al riparo dal fuoco amico. 

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Tra le sue opere Di bestia in bestia (1989), Filologia dell'anfibio (1995), Tu, sanguinosa infanzia (1997), Tutto il ferro della torre Eiffel (2002), il volume di saggi critici I demoni e la pasta sfoglia (2004; nuova ed. aggiornata 2017), la raccolta poetica Cento poesie d'amore a Ladyhawke (2007), la raccolta di racconti Fantasmagonia (2012), Verderame (2008), Roderick Duddle (2014), Asterusher. Autobiografia per feticci (con F. Pernigo, 2015), Leggenda privata (2017), la raccolta poetica Dalla cripta (2019), Le maestose rovine di Sferopoli (2021), Locus desperatus (2024) e, appunto, I convitati di pietra (2025).

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