Umberto Eco a dieci anni dalla scomparsa. Lo studioso, narratore e semiologo, medievista e critico letterario, si spegneva il 19 febbraio 2016. In questi giorni la casa editrice La nave di Teseo, di cui Eco era socio fondatore, per celebrarne il ricordo manda in stampa due libri: il primo s’intitola “L’umana sete di prefazioni. Testi liminari 1956-2015” e presenta una raccolta di prefazioni e postfazioni di Eco che spaziano dalla letteratura all’attualità passando per il fumetto; il secondo, “Umberto”, è scritto da Roberto Cotroneo, l’allievo che racconta il maestro.
Nel campo della filosofia del linguaggio l’apporto di Umberto Eco è stato importante e dirimente, a partire dagli scritti di semiotica infatti ha fornito un contributo esegetico significativo allo studio dei simboli e dell’immaginario, spiegando in modo approfondito e originale il “sentimento della sovrasignificazione”. Ma non è questa l’eredità più diffusa di questo poliedrico intellettuale, bensì un’altra, che è tutta politica. E cioè l’idea di un fascismo eterno o Ur-fascismo, con caratteristiche specifiche (che vanno dal complottismo all’irrazionalismo) che ha consentito alle sinistre di demonizzare tutte le idee e tutti i movimenti politici che non sono riconducibili a marxismo e progressismo. Una scorciatoia ermeneutica, ad uso propagandistico, travasata nel Fascistometro di Michela Murgia, che permette oggi di lanciare anatemi contro la destra e di dividere i pensieri cattivi da quelli buoni. Un’eredità che non esitiamo a definire disastrosa perché, calata in un clima di polarizzazione che accentua la conflittualità politica, produce effetti solo negativi: da un lato incoraggia il manicheismo e dall’altro impedisce di consegnare definitivamente alla storia il fascismo storico, finito nel 1945, e di riconoscere nelle sue tardive imitazioni fenomeni caricaturali destinati a non lasciare alcuna traccia.
Ora, va considerato un fatto: non è che la tesi di Umberto Eco abbia avuto fortuna perché è esatta. Infatti come dice l’amico Alessandro Campi la si potrebbe smontare con un semplice sillogismo. Se il fascismo è eterno non ha senso l’antifascismo perché opporsi a qualcosa che è al di fuori del tempo storico sarebbe un impegno vano e inutile e il fascismo sarebbe destinato a uscire vittorioso dalla lotta. La tesi di Eco sull’Ur-fascismo ha avuto fortuna perché è la più comoda, quella che si può strumentalizzare al bisogno contro il nemico di turno: che si chiami Le Pen o Meloni, o Salvini o Berlusconi o Trump. È una tesi facilmente maneggiabile come arma dialettica di delegittimazione. Una tesi che contrasta con l’approdo cui è giunta la recente storiografia sul fascismo che, come avverte lo storico Emilio Gentile, ha messo in crisi l’immagine di un “unico e indifferenziato fenomeno fascista universale”.
Uno dei punti fermi della storiografia – prosegue Gentile – è “che la vera matrice del fascismo fu la prima guerra mondiale, con la crisi sociale, economica e politica che essa produsse nella società europea, anche se alcuni elementi sono certamente rintracciabili in tradizioni politiche precedenti: nel nazionalismo giacobino, nei miti e nelle liturgie laiche dei movimenti di massa dell’Ottocento, nel neoromanticismo, nell’irrazionalismo delle varie filosofie della vita, nell’antiparlamentarismo. Il fascismo ereditò queste tradizioni ma le fuse con i miti, le esperienze, gli stati d’animo generati dalla guerra, producendo una nuova sintesi che milioni di uomini e donne considerarono accettabile e entusiasmante per far fronte ai conflitti della modernità”. Una definizione esaustiva e corretta, che reinserisce il fascismo nel suo tempo storico, il Novecento, e fa comprendere che si tratta di qualcosa di irripetibile che solo un abuso interpretativo può riproporre come ossessione mediatica: il che serve oggi magari a costruire carriere politiche improvvisate ma certo non rende giustizia a Umberto Eco, di cui utilizziamo il peggio dimenticando il meglio della sua produzione.