Venticinque anni senza Montanelli. Un quarto di secolo senza quel “nonno” che non aveva avuto figli ma ebbe molti “nipoti” come me che dall’età di 8 anni sono cresciuto leggendo i suoi articoli. Ero in terza elementare. Il 22 luglio del 2001, quando Indro ha preso commiato dai suoi lettori, avevo, invece, finito l’esame di maturità da venti giorni esatti. In mezzo tanta vita, tante parole sempre ben scritte, tanto da suonare bene. Un esempio di stile letterario e di postura intellettuale e umana.
Quando si sente dire - forse anche fin troppo spesso - un grande italiano, riferito a molti, io penso con una naturalezza quasi istintiva, a Montanelli. Che però, un po’ per la sua “vocazione al solismo”, il suo essere e voler essere la “stecca nel coro”, ovvero il giornalista “controcorrente” per eccellenza, per forza di cose fu anche e spessissimo antitaliano. Specie quando c’era da scagliarsi, sia pure sempre con grande eleganza, per quanto affilata e tagliente fosse, contro usi e costumi codini di un nazione, l’Italia, che si autocondannava, per la sua insipienza sul passato, a non avere futuro. Lo ripeteva di frequente. Di più nella parte finale della sua vita, citando Ugo Ojetti che fu uno dei suoi maestri, e malinconicamente tratteggiava il profilo della nostra patria come quello di “un Paese di contemporanei” . Dopo un quarto di secolo dall’addio a Indro, a conti fatti, non si può non dar loro mestamente ragione.
Tra i tanti libri di Montanelli, tutti da leggere e collezionare - come ha ben scritto Marco Travaglio su Il Fatto per celebrare il venticinquesimo - io ne voglio citare uno che di Montanelli non è ma è del suo “allievo” più riuscito: Paolo Di Paolo. Sebbene Indro non si sia mai sentito maestro né tantomeno caposcuola, Di Paolo nel suo più intimo libro dedicato al giornalista, Tutte le speranze (Rizzoli, 2014), ha saputo condensare presenza e assenza di Montanelli attraverso uno dei sentimenti più fluidi diremmo oggi ma anche nobili e generosi verso la vita: la speranza. Un racconto vagamente distopico. Scritto da chi, nell’80% dell’esistenza della vita narrata non c’era ma cresce sulle orme più che mai presenti di un’assenza non vuota. Viva nonostante la morte. Speranzosa sebbene il giornalista di Fucecchio non sia stato un uomo di fede.
Bene, in questi 25 anni di assenza, quei bambini che avevano iniziato a leggere Indro da scolari prematuri e col fuoco del racconto negli occhi, sono diventati uomini. Forse un po’ più disillusi ma certo non arresi. E il merito, almeno per quel che mi riguarda, è ancora di Indro e di quella rasoiata d’azzurro che era il suo sguardo sul mondo. Seminatore di zizzania ogni volta che è servito, come ha raccontato Vittorio Feltri nel suo commosso ricordo su Il Giornale, ma anche - e qui parlo per me - motivatore profondo nei momenti più difficili dell’esistenza. Un solista grazie al quale ho imparato a non sentirmi solo. Ma anzi sono riuscito a trovare compagnia, pur andando controcorrente e vivendo per natura in minoranza. Una natura che non ho mai potuto né voluto rinnegare ma assecondare e vivere al meglio.: “Nessuno può rinnegare la propria natura” rispose una volta il direttore a un suo lettore (che avrei potuto tranquillamente essere io). “La mia è di stare con le minoranze, a prescindere dai motivi. Le minoranze hanno sempre delle ragioni da far valere, contro le maggioranze che, a lasciarle fare, diventano sempre oppressive."
Una missione non da poco. Direi più che sufficiente a riaccendere ogni giorno la luce nella stanza, per dare seguito a quella piccola grande impresa quotidiana che è la vita. Che nonostante l’immemore contemporaneità va avanti e incede seguendo le orme, le parole e anche le speranze di Montanelli.