Pubblicare un romanzo di 1.242 pagine nel 2026 è un atto di coraggio odi sana incoscienza? TikTok e Instagram misurano l’attenzione in secondi, le piattaforme permettono di guardare le serie a velocità aumentata e ogni contenuto deve catturarci prima del prossimo scroll, il 47enne scrittore norvegese Johan Harstad sceglie la direzione opposta. Per leggere Max, Mischa e l’offensiva del Tet (Sellerio, traduzione di Sara Culedu e Maria Valeria D’Avino) servono giorni, forse settimane, ma noi siamo ancora disposti a farlo?
La letteratura non ha mai temuto l’eccesso, anzi, lo corteggia apertamente. Guerra e pace, I miserabili, Alla ricerca del tempo perduto hanno costruito universi nei quali il lettore accettava di vivere per mesi. Ma Tolstoj, Hugo e Proust non dovevano fare i conti con le notifiche, lo scrolling infinito e la sensazione che dedicarsi a una sola cosa significhi perdersi tutto il resto. Harstad ha impiegato sette anni per completarlo ma sostiene che sia il libro più breve che potesse scrivere, del resto, in fase di revisione ha eliminato centinaia di pagine: la lunghezza non è una licenza a divagare, ma una responsabilità. Il protagonista è Max Hansen, norvegese emigrato negli Stati Uniti, diventato drammaturgo e costretto a guardare indietro mentre la propria vita è giunta ad un crocevia. Intorno a lui si muovono Mischa, pittrice di talento, l’attore Mordecai e lo zio Ove, partito volontario per il Vietnam inseguendo il sogno di diventare jazzista. Teatro, pittura, cinema, guerra, amore, amicizia, famiglia, emigrazione: Harstad apre continuamente nuovi fronti, accumulando storie e linguaggi fino a comporre il disegno di un’intera esistenza.
L’offensiva del Tet, l’attacco coordinato lanciato nel 1968 dai nordvietnamiti contro numerosi obiettivi, diventa un vero principio narrativo ovvero colpire simultaneamente in più punti, tenendo insieme epoche, luoghi e personaggi lontani, confidando che alla fine emerga un quadro complessivo in cui accettare di perdersi. Basti pensare che per raccontare Mischa, Harstad non si è limitato a studiare la pittura: ha imparato a usare programmi grafici e ha realizzato ben sette dipinti, una forma di immedesimazione quasi ossessiva che rivela un autore deciso non soltanto a descrivere il mondo dei propri personaggi, ma a farne parte. Harstad pone implicitamente una domanda cruciale: cosa significa davvero tornare a casa?
Max comprenderà che il luogo dell’infanzia sopravvive soltanto nella sua memoria e intanto, al cinema, imperversa l’Odissea di Nolan, il canto dell’eroe ingegnoso in balia dei rimorsi per le scelte compiute: ecco, proprio questa malinconia, ancor più della mole di pagine, coglie la distanza fra ciò che eravamo e ciò che siamo diventati, come il tormentato canto delle sirene. In un’epoca che misura tutto in frame, l’autore ci prega di tornare a misurare il tempo in capitoli. La domanda non è soltanto se abbia ancora senso scrivere un libro così ma se siamo ancora capaci di leggerlo. E sì, ne vale davvero la pena.