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Il sogno infranto della «Pastorale»

Arriva in libreria la nuova traduzione Adelphi del capolavoro di Philip Roth che nel 1998 vinse il Premio Pulitzer
di Carmelo Claudio Pistillodomenica 8 novembre 2026
Il sogno infranto della «Pastorale»

4' di lettura

Pastorale americana (in libreria da martedì con la nuova e convincente traduzione di Matteo Codignola pubblicato da Adelphi) è uno dei romanzi più ambiziosi, se non il più grandioso, di Philip Roth, voce inquieta e dissacrante della narrativa ebraico-americana del secondo Novecento. Primo capitolo della cosiddetta trilogia americana, precede Ho sposato un comunista (1998) e La macchia umana (2000).

L’io narrante è lo scrittore Nathan Zuckerman, qualcosa di più di un semplice alter ego letterario di Roth, che nel corso della sua evoluzione narrativa abbandona progressivamente il ruolo di protagonista per assumere la veste di osservatore, ricostruttore e biografo delle esistenze altrui, in un continuo confronto fra memoria, immaginazione e verità.

Il voluminoso romanzo - non privo dell’incastro talvolta spinto di storie e digressioni che ne rallentano il ritmo - è strutturato in tre padiglioni narrativi: Paradiso ritrovato, La caduta e Paradiso perduto. Tre grandi movimenti sinfonici e tematici che potrebbero richiamare l’architettura dantesca e tragica su cui Roth edifica il suo capolavoro.

All'inizio della vicenda, Nathan Zuckerman partecipa a una riunione scolastica di ex alunni, dove incontra Jerry Levov e scopre la parabola del fratello - Seymour - soprannominato “lo Svedese”, travolto dal clima rovente degli anni Sessanta e dalla radicalizzazione politica della figlia.

Dopo una notte insonne, lo scrittore decide di reinventare la storia che stiamo leggendo. Non tutto ciò che viene raccontato è vero, perché Zuckerman non ha vissuto in prima persona quei fatti: l'epopea dello Svedese, della moglie Dawn (ex Miss New Jersey) e della figlia terrorista Merry è una sua proiezione e ricostruzione mentale, un tentativo di capire come il caos degli anni Sessanta abbia mandato in frantumi il sogno americano.

LA FORMULA MAGICA

È di quegli anni la guerra in Vietnam, il conflitto generazionale, la contestazione e la crisi dell'identità americana, episodi storici che affondano quel sogno d'integrazione e di benessere che lo Svedese - bello, biondo, ex campione sportivo- incarnava alla perfezione. Più che un soprannome, lo Svedese era una “formula magica”. Di più: il mito del successo. Seymour Levov è un uomo d’affari ebreo-americano, ex stella dello sport al liceo ed ex marine.
Rappresenta l’icona dell’America degli anni Cinquanta: sposa Dawn, eredita la fabbrica di guanti del padre e vive una vita apparentemente ideale. Durante la guerra del Vietnam, tuttavia, la sua adorata figlia Merry - affetta da balbuzie e sempre più politicizzata - si radicalizza.

Il suo frasario tradisce una rabbia incontenibile, non dissimile da quello rivoltoso delle giovani generazioni di oggi: «Non intendo passare tutta la vita a lottare ventiquattr’ore su ventiquattro con questa cazzo di b-b-b-balbuzie mentre Lyndon bo-bo-boia Johnson b-b-b-brucia vivi bambini...Jo-Jo-Johnson è un criminale di guerra....un cane imperialista...Non si fe-fer- merà certo pe-pe-perché glielo dici tu, nonno...N-non c’è ne-ne-nessuna di-di-differenza fra lui e Hit- ler...».

IDILLIO E VIOLENZA

A sedici anni, Merry piazza una bomba in un ufficio postale «dell’America fascista», causando la morte di un dottore, e svanisce nel nulla. L’attentato fa capitolare la famiglia. Mentre la madre sprofonda in una crisi psicologica e nella chirurgia estetica, Seymour cerca disperatamente di capire le ragioni del gesto e di ritrovare la figlia. Solo anni dopo scoprirà che la figlia conduce un’esistenza miserabile, aderisce al giainismo ed è coinvolta in altri omicidi. Il loro incontro tragico segna la definitiva disgregazione dell’edenico mito della “pastorale” americana, travolta dalle ipocrisie e dalla violenza della storia.

Il titolo ironico Pastorale americana apparso per la prima volta nel 1997 e premiato l’anno dopo con il Pulitzer per la narrativa - evidenzia il contrasto tra l'idea idilliaca di pastorale e la violenza della realtà storica. Roth non racconta semplicemente la caduta del sogno americano, ma dimostra la capacità della letteratura di dare forma, con l’ausilio dell’immaginazione, a ciò che nella realtà rimane impenetrabile e irriducibile a una spiegazione razionale. Non è vero che Roth abdichi alla propria autorità narrativa, delegandola a Zuckerman.

ASTUTO BURATTINAIO

Come un astuto burattinaio, in senso letterario, continua invece a presiedere dall'alto l'intera rappresentazione, servendosi di una mediazione che gli consente di prendere le distanze dalla materia trattata. Zuckerman funziona così da maschera dietro la quale Roth sembra nascondersi, senza tuttavia rinunciare al controllo della storia. Dall’altro versante, Zuckerman fa propria la vita dello Svedese, ricostruendola attraverso un processo in cui memoria e invenzione diventano inscindibili.

Con Zuckerman in scena nessuno dei protagonisti possiede la verità assoluta della storia, perché l'operazione di Roth punta a dimostrare non solo le contraddizioni, le disillusioni e i fallimenti del sogno americano vissuti dai suoi personaggi, ma anche, e non in subordine, le enormi potenzialità del mestiere di romanziere.

Roth non rinuncia alla propria presenza: la rende obliqua, creando le distanze tra autore, narratore e personaggio e lasciando a Zuckerman il compito di raccontare, interpretare e persino reinventare la realtà. In altre parole, di muovere i fili della narrazione. Un'operazione particolarmente sofisticata, nella quale Roth esce dalla scena, ma non dalla regia.