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I carabinieri tra i ribelli di Fiume

Un ufficiale ha ricostruito la storia poco nota del piccolo contingente dell’Arma fedele al Re impegnato a difendere l’ordine nella città del Vate
di Luca Fazzomercoledì 4 novembre 2026
I carabinieri tra i ribelli di Fiume

4' di lettura

Il carabiniere Giovanni Borocchi aveva giurato fedeltà al Re e all’Arma. Così quando a bordo del piroscafo Beker i pirati che si erano impadroniti della nave gli ordinarono di deporre il moschetto, lui rispose che il fucile lo avrebbe consegnato soltanto al suo comandante o a Vittorio Emanuele III. Per tutta risposta gli spararono a bruciapelo, uccidendolo sul colpo. Era l’1 ottobre 1919, e i pirati che si erano impadroniti del Beker erano di un genere particolare. Erano gli Uscocchi: così Gabriele D’Annunzio aveva battezzato le milizie irregolari che predavano l’alto Adriatico per rifornire la libera città di Fiume, dove il Vate era arrivato il mese precedente. «Nuovi Uscocchi, pirati che taglieggiavano la Repubblica di Venezia», così li evocava D’Annunzio. Sul Beket se n’era imbarcato un gruppetto, con un trucco: ufficiali italiani in rotta con i loro comandi, e desiderosi di ricongiungersi alla variopinta compagine che si era impadronita della città sul Carrnaro per riscattare la “vittoria mutilata” della Grande Guerra. Il cadavere del povero Borocchi venne sbarcato in fretta e furia appena il piroscafo approdò a Fiume, e ai suoi funerali parteciparono solo i suoi commilitoni. Invano da Trieste il comando dei carabinieri chiese che l’assassino venisse consegnato alla giustizia, e a Fiume l’istruttoria a suo carico non iniziò neppure, per decisione del Comandante, ovvero di D’Annunzio.

UFFICIALE ROCKETTARO

La triste storia del sacrificio del carabiniere Borocchi rispunta, a oltre un secolo di distanza, nell’ampio e appassionante lavoro di ricerca apparso su Rassegna dell’Arma (anno LXXIII, numero 3) firmato dal tenente Pietro Saviano. Saviano è uno di quei personaggi straordinari che la Benemerita ogni tanto partorisce: ha comandato da maresciallo la stazione di Mezzojuso, un fortino in territorio nemico, e intanto suonava in un gruppo rock; è diventato ufficiale, lavora alla Scuola di Firenze, e intanto fa ricerche storiche scrupolose.

La prima, sempre sulla Rassegna, era sul ruolo dei carabinieri nella lotta alla mafia sotto il prefetto Mori. Il secondo lavoro è questo dedicato a L’Arma a Fiume: legge, disciplina e ordine pubblico nella città di D’Annunzio. È la storia del piccolo contingente dell’Arma che si prese il compito impossibile di garantire legalità e sicurezza nell’inverosimile crogiolo di arditi, utopisti, futuristi, tossicomani, fanatici della bella morte, pregiudicati, trafficanti e ambiziosi arrivati a Fiume raccogliendo l’appello del Vate. Un mondo dove alla fedeltà formale alla Corona si mischiava la corsa a sogni rivoluzionari: i Regi Carabinieri erano lì a rappresentare la prima, ma con la seconda nulla potevano avere a che fare. Così gli otto mesi della presenza a Fiume del contingente dell’Arma si consumarono in un continuo alternarsi di riconoscimenti e sconoscimenti, di richieste di intervento e di ostracismo strisciante o esplicito. Come scrive Saviano, «i militari dell’Arma furono chiamati ad operare in un contesto in cui si tentava di realizzare un’utopia generale della rivoluzione, della lotta insieme beffarda e aggressiva contro le ipocrisie convenzionali del tempo». Servivano per reprimere gli scioperi che mettevano a rischio la scarsa stabilità economica, ma erano un ostacolo per il pieno dispiegarsi della vocazione insurrezionale dell’ala dura dei dannunziani. E alla fine se ne dovettero andare.

Figura centrale, il capitano Rocco Vadalà, comandante della seconda compagnia del contingente già presente a Fiume nei mesi dell'occupazione interalleata seguita alla fine della guerra. Vadalà è in città il 12 settembre 1919, quando «a mezzogiorno, a bordo di una Fiat rossa e supportato dall’ammutinamento del Regio Esercito, Gabriele D’Annunzio faceva il suo ingresso a Fiume», ed è lì quando alle 18 dello stesso giorno il Comandante arringa la folla: «nel mondo folle e vile vi è una sola cosa pura: Fiume!». La sera del giorno dopo, di fronte all’irruzione dei legionari dannunziani, i vertici dell’Arma decidono di abbandonare la città. Ma Vadalà, con una settantina di carabinieri, sceglie di disobbedire agli ordini e restare. «Sebbene l’adesione alla causa dannunziana - scrive ancora Saviano - si configurasse dal punto di vista militare come un chiaro atto di insubordinazione o ammutinamento, lo spirito che mosse i carabinieri fu di natura diametralmente opposta a quello dei rivoltosi». In una città ribollente di furori spesso incontrollabili, Vadalà e i suoi cercano di mantenere una parvenza di legalità.

LA RITIRATA

D’Annunzio inizialmente abbraccia entusiasta il contributo dei carabinieri ma è chiaro che l’Arma è destinata a diventare presto un corpo estraneo. L’11 novembre il Comandante consegna a Vadalà un gagliardetto celebrativo, Vadalà ringraziando ricorda che lui e i suoi comunque sono a Fiume per testimoniare la fedeltà all’Arma e al Re. D’Annunzio la prende malissimo, e i rapporti si guastano definitivamente, «dissolvendo definitivamente l’illusione di conciliare il giuramento monarchico con il laboratorio rivoluzionario della reggenza del Carnaro». Mentre Vadalà reprime con durezza lo sciopero dei sindacati socialisti, D’Annunzio crea la sua guardia personale, “La Disperata”, una milizia privata fuori da ogni controllo.

Il 4 maggio 1920 una squadra della Disperata saccheggia i magazzini commerciali Corich e Zottinis col via libera del Comandante, Vadalà chiede spiegazioni a D’Annunzio e annuncia la sua decisione, di fronte all'impossibilità di mantenere l’ordine pubblico, di abbandonare la città. Alle 16,45 la colonna dei carabinieri si mette in marcia, circondata dagli insulti e dal dileggio dei legionari fiumani, che si trasformano in aggressione armata; la colonna viene presa a colpi di fucile e due carabinieri restano uccisi. Ma la marcia continua, e Vadalà riesce a portare in salvo i suoi uomini verso Trieste, abbandonando per sempre il visionario, caotico Stato libero e i proclami immaginifici del suo Comandante. Il 6 maggio D’Annunzio dà il suo addio con un bando a Vadalà: «nemico fraterno di qua della barra, ai nostri fianchi, alle nostre spalle». Sette mesi dopo, i cannoni di Giolitti aprono il fuoco sulla città.