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Investimenti, bastano 5mila euro per fare soldi con i diamanti

Dal 2003 i preziosi hanno reso in media il 4,3% all'anno con un andamento stabilmente sopra l'inflazione. Tasse? Si paga solo l'Iva
di Giulio Bucchi domenica 19 gennaio 2014

3' di lettura

Dimenticatevi Marilyn  Monroe. Certo, i diamanti possono essere «il miglior amico di una ragazza», come sosteneva il mito di Hollywood. Ma agli occhi dei risparmiatori italiani, possono soprattutto essere un buon porto sicuro per la protezione del proprio patrimonio.  Intendiamoci, non stiamo parlando delle creazioni di Tiffany o Bulgari che i superricchi  si contendono in aste miliardarie.  I diamanti per investimento , più o meno il 2% del mercato mondiale,  sono pietre certificate che vengono chiuse in scatole sigillate che vanno trattate e giudicate alla stregua di un prodotto finanziario. A questo punto, però,  è lecito domandarsi perché scegliere un investimento del genere, che non frutta interessi. O che potrebbe prestarsi a raggiri o truffe di vario genere. A quest’ultimo rischio, per la verità, si è messo riparo in questi anni con la creazione di società che hanno ottenuto le autorizzazioni ad operare da Consob e Bankitalia. Come, a d esempio, la Diamond Private Investment che colloca i diamanti solo attraverso la rete degli sportelli bancari: i soldi si versano in banca, in cambio si riceve il diamante con tanto di certificato. Al momento dell’acquisto, si pagherà il diamante (più le commissioni) e, naturalmente, l’Iva. Ma da quel momento, tanto per spiegare l’appeal dell’investimento in diamanti, si avranno diversi vantaggi: 1) si disporrà, tanto per cominciare di un bene liquidabile in qualunque momento, in Italia o fuori, garantito dai certificati degli istituti riconosciuti dalla Borsa di Anversa, un passaporto che vale ad ogni latitudine; 2) l’andamento delle quotazioni dei diamanti da investimento (con un certificato, il Kimberley Process, che ne garantisce la rispondenza ai caratteri etici richiesti dall’Onu)   è assai più costante e meno volatile dell’oro, una circostanza che si spiega con le condizioni particolari del mercato, che si sviluppa sotto la regìa di un «arbitro» unico, la De Beers, che regola l’ingresso sul mercato dei diamanti prodotti dalla russa Arosa, dal gruppo israeliano Lieven (attivo in Grecia e in Sud America) e dalla stessa De Beers; 3) il risultato è che questo bene rifugio ha garantito rendimenti medi nell’ordine del 4,3% annuo nel corso degli ultimi 10 anni, con un trend costante nel tempo (niente a che vedere con le oscillazioni dell’oro)  ma stabilmente sopra l’inflazione. Per queste ragioni l’investimento in  diamanti  può rappresentare una buona diversificazione del proprio portafoglio. Guai a esagerare, perché si tratta di un tipico investimento a lungo termine da abbinare con un mix di altri prodotti. La regola aurea, suggerita dai consulenti finanziari più avveduti, è di investire più o meno il 5% del proprio patrimonio, quando si dispone di almeno 100 mila euro. Non a caso, il taglio minimo suggerito dalla Diamond Private Investment è di 5.500 euro, con cui  si possono acquistare i primi carati che potranno essere liquidati senza difficoltà (il riacquisto è assicurato dai venditori, tempo 30 giorni) alle quotazioni del momento in un mercato dove i compratori prevalgono sui venditori. Anche perché il diamante da investimento ha un pregio che, agli occhi dei contribuenti tartassati, ha più appeal dei diamanti indossati da Marilyn Monroe:  una volta pagata l’Iva all’atto dell’acquisto il diamante, in quanto bene di libera circolazione, è esente da ogni altra imposizione,  dal  capital gain  a bolli e tasse di varia natura, compresi i balzelli diretti ed indiretti che gravano sugli altri beni reali. Insomma, non c’è da stupirsi del successo dei diamanti sotto i cieli dell’instabilità  e della pressione fiscale: dal 2008 a oggi, i volumi del mercato sono cresciuti del 25 per cento annuo. «Lo scorso anno - dice Maurizio Sacchi, amministratore della Diamond Private Investment, una delle più importanti società del settore  - abbiamo registrato un giro d’affari di 40 milioni, quest’anno puntiamo a 100». Un tasso di crescita eccezionale ma che non deve stupire se si pensa che il mercato tedesco vale circa 50 volte quello di casa nostra. di Ugo Bertone    

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