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Conti pubblici, "da quando c'è l'euro...": la verità che nessuno vuole dire, cosa ci aspetta

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Michele Zaccardi
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«Non bisogna farsi prendere dal panico perché un'Italia con i fondamentali così forti non la vedevamo forse da prima che iniziasse l'èra dell'euro». Per Marco Fortis, docente alla Cattolica e vicepresidente della fondazione Edison, il nostro Paese è molto più solido di quanto raccontano media, analisti e politici. E mentre tutti si concentrano soltanto sul debito pubblico, quasi nessuno conosce i punti di forza dell'economia italiana: un risparmio privato che sfiora i 5mila miliardi di euro, una bilancia commerciale che, se non fosse per il caro energia, sarebbe in attivo come negli ultimi dieci anni e una posizione creditoria netta verso il resto del mondo di 132 miliardi di euro. «C'è proprio una sorta di percezione sbagliata della realtà da parte di molte istituzioni», sottolinea l'ex consulente economico dei governi Monti e Renzi e del ministro Tremonti.

 

Professore, qual è la situazione dell'economia italiana in questo momento?
«Se si eccettuano i rincari dell'energia e delle materie prime, che si sono ribaltati sull'inflazione, abbiamo un quadro che tutto sommato ci vede resistenti e dinamici in termini comparati, rispetto agli altri Paesi europei e agli Stati Uniti. Gli scenari catastrofici prefigurati all'inizio dell'anno non si sono verificati. Tanto che l'Istat ha corretto la stima preliminare del Pil, che era negativa dello 0,2%, portandola a un +0,1%. Mentre la produzione industriale, dopo un rallentamento a gennaio, ha segnato un +4% a febbraio, un +0,2% a marzo e un +1,6% ad aprile. La crescita acquisita del Pil per quest' anno è del 2,6%. Inoltre, grazie anche al piano industria 4.0, abbiamo la più forte crescita della produttività manifatturiera tra i Paesi del G7».

Cosa si aspetta nei prossimi mesi?
«Qualche giorno fa il ministero dell'economia ha fatto un comunicato per dire che il Pil aumenterà anche nel secondo trimestre. Sarebbe importantissimo perché vorrebbe dire mettere fieno in cascina per gli ultimi sei mesi del 2022. Al momento, gli unici rischi di recessione sono legati a uno sviluppo della guerra totalmente fuori controllo. Bisogna considerare poi che l'Italia da più di vent' anni è il Paese con la più alta diversificazione dell'export in termini di prodotti. Esportiamo di tutto, dal gorgonzola ai satelliti, dagli yacht alle navi da crociera, dalle macchine per gli imballaggi al valvolame. E un export così diversificato, con così tante nicchie di eccellenza in cui siamo sempre nei primi due tre posti al mondo come surplus commerciale, ci permette di reagire bene. Ovviamente c'è l'incognita della guerra e la spada di Damocle dell'inflazione, ma tolti questi due elementi, che certamente incutono timore, sono ottimista: c'è un'Italia con dei fondamentali come non li aveva da forse vent' anni».

Merito anche del governo Draghi?
«Già il fatto di avere Draghi come presidente del Consiglio è una garanzia nei rapporti con gli altri Paesi Ue, con Bruxelles e con la Banca centrale europea. Questo governo poi ha la capacità di navigare a vista. Intanto ha portato a termine una serie di scadenze riguardanti il Pnrr. Anche il modo di gestire la crisi dell'inflazione è stato molto oculato. Draghi, ben coadiuvato dal ministro dell'economia, sta tenendo sotto controllo la situazione e sta cercando di mantenere una certa calma nell'opinione pubblica e nelle parti sociali. Infatti, non è scritto da nessuna parte che l'inflazione rimarrà a questi livelli per i prossimi dieci anni. Si tratta pertanto di vedere di passare la nottata. mDirei che il pragmatismo è for se l'aspetto più interessante dell'operato di Draghi».

 



Ritiene anche lei che sia stato un errore alzare i tassi in questo momento?
«Penso che la Bce poteva benissimo aspettare: l'inflazione che vediamo è determinata quasi esclusivamente dagli aumenti dei prezzi delle materie prime e dell'energia. Tuttavia, non mi sento di fare una critica in questo senso. Sono invece piuttosto critico su un altro aspetto: la Bce dovrebbe difendere l'immagine dell'euro. La prima cosa che dovrebbe fare oggi è impedire che ci siano questi spread che non hanno senso. Non c'è bisogno di una grande meccanismo correttivo. Sarebbe sufficiente che la Bce dicesse: "Abbiamo rifatto i calcoli e abbiamo scoperto che l'Italia sta in piedi benissimo anche se ha un debito pil del 150%". Basta un annuncio così e lo spread non c'è più per dieci anni».

Crede che nei prossimi mesi ci saranno delle tensioni sul debito italiano? Lo scudo anti-spread potrà servire? Cottarelli ha parlato di un effetto boomerang.
«Lo scudo anti spread è sicuramente un cambiamento di mentalità e di comunicazione da parte dell'Europa. La possibilità che possa deludere i mercati, come paventa Cottarelli, esiste. Ma non ci sono assolutamente le condizioni per una crisi tipo quella del 2011. Tuttavia, prima di fare uno scudo anti spread, la Bce dovrebbe fare uno scudo anti fesserie sulle cose che diciamo dell'Europa e dell'euro. Ad esempio la crisi greca è stata una tragedia quando invece poteva essere gestita. All'epoca siamo riusciti a dimostrare che l'Italia non era come la Grecia. Significa che c'è un problema di autorevolezza, di comunicazione e di senso di responsabilità della Bce. Se devi gestire l'euro non puoi permettere a qualche analista di Moody' s o di qualche altra agenzia di rating di affermare che l'Italia è come la Grecia. Se esce una cosa del genere dovrebbe essere la stessa Bce a dire che non è così».

L'Italia, però, appare sempre come il Paese più fragile dell'area euro...
«Abbiamo una produzione industriale che vola e lo spread che balza a 250 punti. Questo accade perché gli analisti finanziari si fermano al rapporto debito-Pil, rapporto che, nel caso dell'Italia, è misleading (fuorviante, ndr). Dobbiamo perciò spingere per una valutazione della situazione dei debiti che sia più realistica di quella che si fa normalmente. Quello che non è stato mai capito né da Bruxelles né dagli analisti della Bce è che l'Italia ha un patrimonio finanziario enorme. Serve quindi una comunicazione aggressiva: bisogna spiegare che abbiamo un debito estero basso, circa 700 miliardi di euro contro i 1200 della Francia, e che quello interno ce lo finanziamo tranquillamente. Inoltre, dal 1992, se si esclude la crisi del Covid, l'Italia ha sempre avuto un avanzo primario (al netto della spesa per interessi, ndr): in totale abbiamo accumulato oltre 700 miliardi di euro mentre la Germania meno della metà. Queste cose, però, nessuno è stato capace di spiegarle a Bruxelles o ai Paesi frugali. Gli Usa hanno un debito pubblico pari al 135% del Pil ma loro non hanno delle pseudo regole come le nostre in Europa. Regole che sembrano fatte apposta per dire che non stiamo andando bene. Sono un europeista convinto e non critico l'Unione europea. Dico solo che, siccome l'Europa non è un gioco da educande ma è come una partita di rugby, quando si va a Bruxelles e a Francoforte bisogna menare come fanno i tedeschi e i francesi che difendono i loro interessi con il coltello tra i denti. Anche noi dobbiamo fare lo stesso».

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