La crescita frena, l’inflazione aumenta. Fermandosi ai titoli, come sicuramente farà chi è ansioso di festeggiare il declino dell’Italia per poter puntare il dito contro il governo, quelle che arrivano da Moody’s non sono buone notizie. Basta proseguire qualche riga oltre, però, per accorgersi che la revisione periodica dell’agenzia sul nostro Paese non fa che confermare il buono stato di salute dell’Italia. Dando di fatto ragione al ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, che ieri da Cernobbio ha spiegato che «affrontiamo questa crisi e questa sfida da una posizione di relativa solidità perché i numeri e i fondamentali della nostra economia non sono eccezionali, ma sono sicuramente positivi. La finanza pubblica è in grado di assorbire questo shock».
Certo, i colpi arriveranno. Lo sa Giorgetti e lo mette nero su bianco Moody’s, che a fine novembre ha alzato il nostro rating dopo 23 anni. «Considerando il conflitto militare in Medio Oriente», si legge nella nota, «abbiamo leggermente abbassato la nostra previsione di crescita del Pil reale per il 2026 dallo 0,8% allo 0,7% e abbiamo aumentato la nostra previsione di inflazione dall’1,8% al 2,1%. Il nostro scenario di base ipotizza un conflitto relativamente limitato nel tempo, in cui la crescita del Pil reale dell'Italia raggiungerebbe lo 0,8% nel 2027 e l'inflazione il 2%». Subito dopo, però, gli esperti dell’agenzia si dicono convinti che la rotta dell’Italia sia quella giusta: «Rimaniamo dell'opinione che il percorso di graduale risanamento fiscale delineato nel quadro di bilancio a medio termine sia credibile e realizzabile». Sul piatto della bilancia Moody’s mette da una parte «l'economia del Paese, caratterizzata da dimensioni notevoli, diversificazione e redditi elevati, da una solida base di investitori nazionali che sostiene il finanziamento pubblico e da un quadro politico ancorato all'appartenenza all'Unione Europea e all'area dell'euro».
E dall’altra «l'elevatissimo indebitamento pubblico dell'Italia, che limita la flessibilità fiscale» e «le prospettive di crescita moderate nel medio termine, appesantite da un contesto demografico sfavorevole e da dinamiche di produttività deboli». Detto questo, l’agenzia ricorda che «le condizioni del mercato del lavoro hanno continuato a migliorare, con il tasso di disoccupazione in calo al 6,1% nel 2025 dal 6,6% del 2024, sostenendo i consumi privati e il gettito fiscale». Che «il disavanzo di bilancio è stato pari al 3,1% del PIL nel 2025, dopo il 3,4% del 2024, e il saldo primario è migliorato, passando da un surplus dello 0,5% del Pil nel 2024 a uno dello 0,7%». E, infine, che «la crescita delle entrate superiore alle attese riflette un impatto strutturale positivo delle recenti riforme a sostegno dell’adempimento fiscale». Quanto al debito, Moody’s ammette che «la crescita della spesa è stata più forte del dovuto». Ma questo è stato dovuto, udite udite, «principalmente all’impatto transitorio e non strutturale dei pagamenti residui nell’ambito del regime di credito d’imposta superbonus». Insomma, a zavorrare l’Italia sono state davvero le case fatte ristrutturare “gratuitamente” dall’ex premier Giuseppe Conte. Ed è partendo da questo scenario che l’agenzia di rating torna a soppesare pro e contro. Sul fronte positivo ci sono «le riforme volte a migliorare l’efficienza del settore pubblico e il contesto imprenditoriale in generale», che «potrebbero portare a un miglioramento più sostanziale delle prospettive di crescita dell’Italia, con ripercussioni positive sulle finanze pubbliche». Sul fronte negativo c’è praticamente solo il rosso di bilancio. «La riduzione dell’elevato onere del debito italiano», si legge nel report, «dipende da una crescita del Pil relativamente robusta e da un aumento delle eccedenze di bilancio primarie. Ciò significa che una crescita più lenta o un risanamento fiscale meno pronunciato rispetto a quanto attualmente previsto comprometterebbe le nostre proiezioni di una riduzione dell’onere del debito».
Insomma, i catastrofisti dovranno aspettare ancora prima di vedere la barca affondare. A non dare soddisfazione ai gufi, inoltre, ci si mettono pure le imprese. Il gradimento della platea di Cernobbio verso l’azione di governo è infatti restato sostanzialmente costante nell’ultimo triennio: oggi quanti giudicano l’operato positivamente, pur con un invito a fare di più, sono il 52,2% (nel 2024 erano il 54,9%). Nell’ultima sessione “Agenda per l’Italia” del Workshop sulla Finanza di Teha Group a Villa d'Este, gli oltre 200 manager e banchieri si sono espressi sull’operato dell’esecutivo, evidenziando una stabilità nei giudizio rispetto alle precedenti rilevazioni. Gli iper-ottimisti, coloro che al giudizio molto positivo associano anche il riconoscimento di un’azione efficace, si attestano all’11,9% (nel 2025 e nel 2026 erano al 12.7%). Gli estremamente critici, ossia coloro che trovano gli interventi del governo tardivi e inefficaci, sono il 7,5% (nel 2025 e 2024 erano il 7%), mentre chi lo boccia, riconoscendo buone intenzioni ma scarsa efficacia, è il 28,4% (nel 2025 e 2024 erano il 23,9%). Complessivamente, emerge l’invito a fare di più, soprattutto sul piano delle riforme: questo aspetto è evocato dal 55,9%, che ritiene possibile conciliare la crescita con la sostenibilità del debito.