Il cambiamento climatico rappresenta sempre più un fattore di rischio perla competitività dei Paesi. Un esempio lampante di quanto l’imprevedibilità ambientale costituisca un rischio per le imprese sono i danni diretti alle infrastrutture causati dal cambiamento climatico: secondo l’ultimo report redatto da Deloitte, entro il 2030 si potrebbe arrivare a 2 miliardi, mentre entro il 2050 a ben 5 miliardi di euro annui solo in Italia. Un impatto devastante che potrebbe comportare una progressiva riduzione del Pil, compresa tra l’1,6% e il 6% entro il 2050. Considerando poi anche gli effetti indiretti, come l’interruzione dei servizi e gli impatti sulle catene di fornitura, il costo complessivo stimato si collocherebbe tra 11,5 e 18 miliardi l’anno al 2050. Lo studio, dal titolo “Il rischio climatico in Italia. Dagli scenari alle proposte di intervento”, è stato realizzato con la collaborazione di esperti del Politecnico di Milano, dell’Università Ca’ Foscari, del team dell’area Climate della Florence School of Regulation (European University Institute) e con Ipsos-Doxa.
Obiettivo è analizzare l’impatto del rischio climatico sul contesto economico-finanziario italiano e la capacità delle Pmi di affrontarne le sfide. E, infatti, quelle che corrono maggiori rischi sono le piccole e medie imprese: nonostante queste previsioni, solo il 14% delle Pmi ha adottato misure per la continuità operativa in caso di eventi estremi e soltanto il 10% ha introdotto azioni di adattamento rivolte a infrastrutture e asset fisici. Solo il 34% delle piccole e medie imprese intervistate attribuisce all’emergenza ambientale un ruolo significativo o centrale nei propri framework di gestione del rischio e appena il 39% dichiara un’esposizione molto o abbastanza elevata ai rischi climatici fisici su un orizzonte decennale. In sostanza, appare chiaro come l’approccio strategico dominante sia di breve periodo e poco strutturato.
«L’Italia, a causa della sua collocazione geografica nel Mediterraneo, è tra i Paesi europei in cui gli effetti del cambiamento climatico si manifestano più rapidamente», spiega Paolo D’Aprile, Sustainability Leader di Deloitte Central Mediterranean. «Le principali proiezioni - continuan D’Aprile - indicano un aumento delle temperature superiore ai 2°C rispetto ai livelli preindustriali già nel prossimo decennio. Il cambiamento climatico produce già oggi perdite economiche rilevanti che si amplificheranno in futuro. In questo scenario investire in strategie di mitigazione e adattamento non significa solo rispondere a vincoli normativi o finanziari, ma cogliere un’opportunità concreta per rafforzare la capacità di crescita e innovazione delle imprese e dei territori».
Particolare attenzione è posta sul settore turistico: si stima una contrazione della domanda fino all’8,9% in caso di un forte aumento della temperatura media (+4°C), e perdite dirette per circa 52 miliardi di euro. In uno scenario di aumento della temperatura di 2°C, invece, le perdite dirette stimate sarebbero di circa 17 miliardi di euro. Il rischio climatico non risparmia nessuno: si trasmette dall’economia reale del Paese a quella finanziaria in differenti modalità, come il costo di rifinanziamento, l’aumento del debito pubblico e la compressione dello spazio fiscale. «Da un lato alcune grandi imprese italiane mostrano livelli di maturità più avanzati rispetto al tema della sostenibilità e alla percezione del rischio climatico, dall'altro lato le piccole e medie imprese evidenziano un percorso di consapevolezza e adattamento ancora disomogeneo», ragiona Elio Santoro, General Manager di Deloitte Climate & Sustainability. Per questo, «le Pmi sono chiamate a compiere un salto in avanti, dal momento che gli interventi di adattamento previsti non sono di natura strutturale e sono prevalentemente orientati verso l'adozione di coperture assicurative, oltre a pianificare investimenti che abbracciano un orizzonte temporale di breve termine».
Tradotto in termini numerici, la strategia delle Pmi riflette una visione orientata su un orizzonte temporale di massimo di cinque anni (83%), per investimenti inferiori ai 100.000 euro entro i tre anni (77%). Le principali voci sono riconducibili alle coperture assicurative (54%), seguite da interventi di adattamento infrastrutturale (23%) e da sistemi di monitoraggio del rischio (20%). Il report di Deloitte svela un altro fattore interessante: le Pmi fanno prevalentemente ricorso a soluzioni tradizionali e non più del 18% delle imprese intervistate si serve di strumenti digitali, tra cui l’intelligenza artificiale, o piattaforme per la gestione del rischio climatico.