Il settore automotive europeo, e in particolare quello delle quattro locomotive di eurolandia, Italia, Germania, Francia e Spagna, resta ai vertici del sistema socioeconomico-finanziario. Ma dal dopo guerra ad oggi l’incidenza del comparto sul Pil europeo si è ridotto al 30% di quello registrato fino agli anni 80, anche peggio è andata per l’occupazione che è scesa ad un 25%. Contemporaneamente Asia e soprattutto Cina tra inizio secolo e il 2020, hanno distrutto le auto occidentali. Successivamente si è arrivati ad una sostanziale stagnazione in Cina e a un declino nei mercati maturi come Europa, Nord America, Giappone e Corea, mentre stanno sempre più emergendo nuove aree di potenziale espansione come l’Asia meridionale e il Sud America, grazie al miglioramento dell’urbanizzazione e delle condizioni economiche locali.
Società accreditate di ricerca ipotizzano stime tra qui e la fine del decennio molto negative per Europa, con un divario di circa 15 milioni di veicoli rispetto alle previsioni fatte nel 2022. Il Nord America segue un trend analogo, con uno scarto negativo di 7,5 milioni di unità. Queste cifre testimoniano un rallentamento strutturale della domanda che rischia di compromettere la sostenibilità di molti costruttori, specialmente quelli con maggiore esposizione su questi mercati. All’origine del crollo dell’auto europea c’è il fattore prezzo, che riguarda oltre un terzo degli acquirenti. In generale per nuovo e usato le ibride sono in picchiata ascendente, il diesel è stabilmente in calo, mentre non decolla l’elettrico, nonostante l’elevato incremento della rete di ricarica.
In questa complessa fotografia di settore ha un peso sostanziale, per noi in particolare, ma anche per l’aerea euro, il ruolo della italo-transalpina Stellantis, la quale ha presentato il nuovo piano strategico quinquennale per il periodo 2026–2030, pensato per realizzare una crescita sostenibile e redditizia. Nell’arco del piano gli investimenti previsti sono di 60 miliardi, per poco meno di 2/3 destinati a marchi e prodotti e il restante in piattaforme globali e nuove tecnologie, mettendo al centro del proprio core il cliente e indirizzando gli investimenti verso le regioni e i marchi con il maggiore potenziale di rendimento, ovvero riducendo ulteriormente al lumicino la presenza produttiva in italia.
Il settore dell'automotive in Italia impiega circa 270 mila addetti tra diretti e indiretti nella filiera produttiva, che si raddoppiano con le attività di vendita, riparazione e servizi post-vendita, dati che evidenziano ancora l'importanza strategica di questa industria per l'economia del Paese. Il settore genera un volume d'affari che incide per circa il 5,6% sul Pil italiano arrivando a sfiorare l'8% considerando l'indotto più ampio. Inoltre, per ogni posto di lavoro creato nell'assemblaggio, il settore attiva un notevole moltiplicatore di valore aggiunto nell'economia nazionale, dovuto all’impatto indiretto grazie alla domanda di acciaio, plastica, elettronica e servizi post-vendita molto superiore al peso percentuale. È essenziale che la politica rimetta al centro della politica industriale l’automotive. Servirebbe un’azione fiscale e norme del lavoro in accordo con i sindacati destinate a produttori extra europei perché realizzino impianti produttivi che comprendano centri di ricerca tecnologica, produzione di batterie e rilanciando anche la carrozzeria italiana, che fino alla fine degli anni 90 era ai vertici mondiali.