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Coronavirus, il capo dell'Onu: "Le mascherine si adattano all'uomo, ma non alla donna". Pandemia colpa del maschilismo

di Lorenzo Mottola mercoledì 9 settembre 2020

3' di lettura

Partiamo da un dato significativo: lo scorso anno ben un terzo dei dipendenti delle Nazioni Unite ha dichiarato di essere stato vittima di molestie sul posto di lavoro. Normale, quindi, che il segretario generale António Guterres abbia un po' il chiodo fisso sul sesso: lavora in un ambiente che ricorda un film di Tinto Brass. Le attenuanti, però, finiscono qui. È dall'inizio dell'epidemia che lo statista portoghese - che occupa una delle cariche più ambite del pianeta - combatte il virus a colpi di previsioni drammaticamente sballate e appelli da collettivo studentesco. E ora come ciliegina sulla torta arriva la campagna veterofemminista: «La pandemia causata dal Covid-19 sta dimostrando ciò che tutti sappiamo: millenni di patriarcato hanno portato a un mondo dominato dagli uomini con una cultura dominata dagli uomini che danneggia tutti: donne, uomini, ragazze e ragazzi». Si chiederà il lettore: ma a prescindere dalle valutazioni che si possono fare sulla nostra società maschilista, cosa c'entra tutto questo con l'epidemia? Spiega il lusitano: «I dispositivi di protezione sono spesso realizzati per adattarsi a un uomo, il che significa che le lavoratrici possono essere maggiormente a rischio di infezione». Mascherine maschiliste. Un bel problema.

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TUTTI AL MARE
E pensare che Guterres ne avrebbe di questioni da risolvere. Per esempio potrebbe fare due chiacchiere con gli specialisti che gli hanno consigliato di affermare ad agosto che «il turismo può rappresentare una piattaforma per superare la pandemia, il turismo è in grado di promuovere solidarietà e fiducia». Come noto, le allegre ferie degli europei hanno invece portato a una seconda ondata di contagi in tutto il continente. Forse era il caso di insistere sulla prudenza, più che su «solidarietà e fiducia». Il segretario, comunque, cura molto la comunicazione e tiene d'occhio i mass media di tutto il pianeta. Per esempio qualche tempo fa aveva spiegato che «stiamo assistendo anche a un'altra epidemia, una pericolosa epidemia di disinformazione». Quella che lui definisce «infodemia», quantità eccessiva di notizie non vagliate accuratamente. Un esempio: proprio Guterres in una intervista ai microfoni di Radio France Internationale, la scorsa primavera aveva annunciato che erano «necessari almeno 3 mila miliardi di dollari e per evitare una ecatombe in Africa, dove i morti potrebbero essere milioni». In realtà i caduti in Africa sono stati poco più di ventimila, molti meno di quelli registrati nella sola Italia. Antonio ha un tantino esagerato. Così come forse si sarebbe dovuto trattenere prima di fare paragoni tra l'emergenza climatica e il morbo, lasciando intendere che il secondo è un problema meno grave: «Una cosa è una malattia che tutti prevediamo essere temporanea, con un impatto che ci aspettiamo sia temporaneo. Un'altra è il cambiamento climatico, che c'è da molti anni, rimarrà con noi per decenni, e richiede un'azione costante». Ma come? Il virus può fare centinaia di milioni di morti in un anno e la priorità è pensare al piano delle Nazioni Unite per il clima, con scadenza 2050? Curioso.

PATRIOTI E GLOBALISTI
L'Onu, comunque, in generale non sta attraversando un buon momento. Donald Trump da qualche tempo ha dichiarato guerra al palazzo di Vetro, annunciando che il futuro è dei «patrioti e non dei globalisti». E recentemente gli Usa hanno anche tagliato i fondi all'Organizzazione mondiale per la sanità, accusata di aver sbagliato tutto nella gestione della pandemia, dando consigli totalmente sballati su metodi di contenimento. I casi sono noti: i dietrofront sulle mascherine e sui tamponi, i ritardi nel dichiarare l'emergenza. E le accuse riguardo ai rapporti con la Cina. La ragione? A febbraio Guterres ringraziava Pechino perché «sta compiendo uno sforzo immenso per contenere l'epidemia e prevenirne la diffusione. Penso che questo sforzo sia straordinario» e chiedeva di evitare «stigmatizzazioni». Certo, era tutto sotto controllo. 

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