Fine di un'era

Francia, sfregio a Vaticano e tradizione: in cosa trasformano le Chiese, il ritorno del paganesimo

Claudio Siniscalchi

Il tempo della civilizzazione cristiana è scaduto. In sintesi, è l'amaro contenuto del nuovo lavoro di una studiosa francese lontana dal rumore mediatico, ma di grande profondità filosofica, Chantal Delsol. Nel suo La fin de la Chrétienté (Cerf, 174 pagine, 15 euro) traccia una diagnosi netta. La civilizzazione cristiana, apertasi nel Trecento con la conversione dell'imperatore Costantino, può considerarsi conclusa. Ciò non significa la scomparsa del cristianesimo. L'irrilevanza però è un dato di fatto. Un ordine morale che, nel bene come nel male, ha retto l'Occidente, si è sfaldato. La modernità ha determinato una inversione normativa irreversibile. Il paganesimo contemporaneo è, essenzialmente, «cosmoteista». La sacralizzazione del cosmo ha soppiantato, in maniera definitiva, ogni altro tipo di sacralizzazione. «Pigro lamento reazionario» quello della Delsol. Così l'ha definito Le Monde.

La quotidiana gazzetta del «politicamente corretto» francofono, dovrebbe rallegrarsi della presa d'atto di un tramonto, da anni auspicato. Invece se ne preoccupa, trincerandosi dietro un vocabolo sempreverde: «reazionario». Dovrebbe gioire per il fatto che la Francia, nella puntuale analisi di Delsol, non è più la figlia prediletta della Chiesa di Roma. Che la Francia non è più un paese cristiano, lo certifica la morale corrente. La difficoltà in cui versano luoghi di culto, edifici scolastici, centri di formazione e assistenza legati al cristianesimo. Le chiese sono vuote. Chiudono a rotta di collo, riciclate in supermercati o, addirittura moschee. Ancora pochi anni e la maggioranza degli abitanti di medie e medio-grandi città sarà mussulmana. Oggi lo è già in alcuni piccoli centri. Un fracasso totale della orgogliosa cristianità gallica.

Tutto ciò che è legato al cristianesimo arranca, nell'editoria come nella formazione scolastica, nel giornalismo come in politica. Le Monde dovrebbe alzare i calici per l'atto di morte, dopo lunga agonia, stilato dalla filosofa. Invece ruggisce e schiuma rabbia. Ricorre all'abusata invettiva: «reazionario». Una tradizione - la «reazionaria» - cominciata con la lotta ai Lumi del nobile conte savoiardo De Maistre, passata per gli scrittori «controrivoluzionari», sino al nazionalismo intriso di socialismo, a cavallo tra Ottocento e Novecento, di Maurice Barrès, Charles Maurras e Georges Bernanos. Finita nei giorni bui di Vichy. La fine della civilizzazione cristiana ha cambiato il quadro di fondo della Francia. Dal dopoguerra ad oggi la società si è autorappresentata in una contrapposizione di fondo. I tradizionalisti e i progressisti. Con la semplificazione presidenziale introdotta da Charles de Gaulle nel 1958, le due famiglie si sono alternate alla guida della nazione. Ma non è più così. Tutto è in discussione.

 

 

La recente dissoluzione della Francia è stata radiografata dai romanzi di Michel Houellebecq. La finzione di fatto ha accompagnato il cambiamento epocale. La vecchia suddivisione tra tradizionalisti e progressisti non ha più senso. Basta scorrere le pagine del manifesto elettorale di Éric Zemmour (nella foto sopra, ndr) anticipato in settembre: La France n'a pas dit son dernier mot (Rubempré, 352 pagine, 25 euro). È una sorta di resoconto ragionato di come un giornalista, tutto sommato poco conosciuto, tra il 2006 e il 2020, diventa punto di riferimento di un movimento di opinione trasversale, oltrepassando i vecchi schieramenti. Zemmour alle presidenziali del prossimo anno sarà il candidato della Francia cristiana (laica e religiosa), messa a morte dalla modernità.

 

 

Nell'agone dovrà vedersela con un candidato delle élites nazionali ed europee, il presidente uscente Macron. E tre donne: una della destra nazionale, Marine Le Pen; una dei repubblicani, Valérie Precresse; una socialista, Anne Hidalgo. Il «ciclone Zemmour» non rappresenta un partito, un gruppo di pressione, una ideologia precisa. Rappresentala civilizzazione cristiana. La lenta, inarrestabile agonia che l'ha accompagnata, ha finito per modellare un paese che avrebbe fatto orrore al fascista Pierre Drieu La Rochelle. Ma anche al gollista André Malraux. E persino al comunista Louis Aragon. Questo paese alla deriva identitaria lascerebbe senza parole de Gaulle e il suo avversario François Mitterrand. La Francia ha rinunciato alla propria storia e alle proprie convinzioni. Ha ceduto su tutto. Si è laicizzata. Si è scristianizzata. Si è post-modernizzata.

È diventata multiculturale, senza riserve. Ha frantumato le barriere della sessualità, senza limiti. Ha sposato il libero mercato con la libera disponibilità dei corpi. Sono convolati a nozze lo spirito della bontà umana assoluta di Rousseau, con lo spirito della cattiveria umana assoluta del marchese de Sade. Cosa ne è uscito? Distruzione. Desolazione. Macerie umane, morali e intellettuali.L'inversione dell'ordine morale descritta da Delsol si trova, nel linguaggio di tutti i giorni, che sgorga dalla bocca dei detriti umani di Houellebecq. Non più uomini. Non più cittadini. Non più francesi. Zemmour non parla né ai progressisti né ai tradizionalisti. Non mobilita repubblicani o socialisti. E neppure si rivolge alla destra o alla sinistra. Ricorda ai francesi che l'ultima parola non è ancora detta. Ci riuscirà?