"La regina d'Europa"

Angela Merkel, l'eredità tossica dell'ex cancelliera condanna l'Italia: la morte storica che va in scena a Bucha

Giovanni Sallusti

C'è un'altra morte che va in scena a Bucha, a Borodyanka, a Irpin, in tutte le città martirizzate dai macellai russi. È una morte meno efferata e irredimibile, ma non meno conclamata, è una morte storico-politica, e scomoda le fattezze di Angela Merkel. Soprattutto, la sua postura quindicennale verso il Macellaio in capo, Vladimir Putin. Il quale, è cronaca, per lungo tempo ha mostrato all'esterno un volto dialogante (non all'interno, dove gli oppositori sono stati da subito o avvelenati o spediti in Siberia, come da imperitura scuola Kgb), tanto da tessere relazioni diplomatiche ed economiche con l'intera classe dirigente europea. Eppure, la leadership è una lama a doppio taglio, ti espone oltre la cronaca, ti presenta le sentenze della Storia. E la mattanza insensata, bestiale, novecentesca (perché Putin lì è fermo, al rimpianto per la "catastrofe geopolitica" rappresentata dal crollo dell'Urss) che l'Armata Rossa lascia dietro di sé rovescia completamente il racconto che facevamo soltanto quattro mesi fa, al passo d'addio della Cancelliera.

 

 

 

GRANDE ABBAGLIO

Allora, lasciava la regina incontrastata d'Europa, l'attrice protagonista di un film che dal 2005 al 2021 aveva visto il consolidarsi di una Ue a trazione tedesca. «In sedici anni forgiati dalle crisi ha rafforzato l'economia, modernizzato il partito e tenuto insieme la Ue», la incensava il Corriere della Sera. Per Avvenire eravamo di fronte a «una storia politica da manuale, una statista di grande capacità». E si potrebbe continuare all'infinito con le citazioni. Spazzate via d'un colpo da quei corpi accartocciati per strada, dai mutilati, dal palese rastrellamento stragista che no, non è la guerra (già orrenda di per sé), è uno stadio successivo, un punto di non ritorno. Il quale retrospettivamente cambia verso a tutta la storia, chiama in causa il grande abbaglio strategico di Angela, quello che secondo l'edizione di PoliticoEurope di pochi giorni fa le «varrà un posto nel pantheon dell'ingenuità politica al fianco di Neville Chamberlain»: l'appeseament reiterato nei confronti di Putin. L'illusione di trascinarlo su un terreno condiviso, di pura reciprocità commerciale, scevro da qualunque conflittualità geopolitica, quando la restaurazione della potenza imperiale russa è sempre stato l'unico, vero movente dello Zar. Wandel durch Handel, «cambiamento attraverso il commercio», si chiamava appunto la dottrina merkeliana sulla Russia, che ha significato sì al Nord Stream 1, al Nord Stream 2, è più in generale a un'acritica dipendenza energetica di Berlino (dunque del cuore e della testa d'Europa) da Mosca. Una politica «difficilmente comprensibile», dice oggi il vicecancelliere Robert Habeck, e soprattutto urlano i crimini di guerra compiuti ogni giorno in Ucraina e finanziati da chi è obbligato a continuare a comprare il gas russo (tedeschi in testa, per cui la quota acquistata dalla Russia, secondo i dati Eurostat, corrisponde al 65% del totale, oltre venti punti in più del già inquietante 43% italiano).

 

 

 

I DUE POLI

Un'«eredità tossica», ha scritto recentemente su Focus l'analista Jan Fleischhauer, che unita alla latitanza inscalfibile della Cancelliera, e del Vecchio Continente, sulle spese della Nato, fatte gravare quasi esclusivamente sulle spalle del contribuente americano, ha contribuito ad allargare politicamente la distanza tra i due poli dell'Atlantico. Esattamente la faglia di rottura che ha convinto Putin che sì, poteva davvero provarci, poteva davvero riportare la guerra su larga scala in Europa. È l'ultimo risultato dell'era merkeliana, e tutti gli altri trascolorano nel dettaglio.