Il commento

Vladim Shishimarin, se Kiev ha troppa fretta di processare i criminali di guerra (a guerra in corso)

Pietro Senaldi

Il sergente Vadim Shishimarin è il primo militare russo a comparire davanti a un tribunale ucraino per crimini di guerra. Ha la faccia di un ragazzino, anzi lo è, con i suoi ventun anni, ma probabilmente è un assassino spietato. Lo accusano di aver sparato in testa a un pensionato sessantenne che gli passava sotto tiro e sostengono di avere un video che lo documenta. La sentenza, per un soldato che commette un crimine di guerra di questa gravità sulla linea del fronte è già scritta: il ragazzo dev'essere condannato all'ergastolo, visto che in Ucraina la pena di morte è stata abolita anche per i militari. Qualunque essere umano dovrebbe essere grato a Dio di non essere lui a doverlo giudicare. Penso che solo chi si sia trovato con l'uniforme nel centro fisico di una guerra, anche se magari non si è di leva e si è entrati prima del conflitto spontaneamente nell'esercito, sbattuto al fronte contro voglia all'età in cui i tuoi coetanei europei sono all'università, possa avere idea di attenuanti e aggravanti e di quanto sia intimamente abietta una condanna senza ragione. Il punto però non è se il sergente Shishimarin, qualora fosse ritenuto colpevole, meriti la prigione a vita o che altro. La questione è che questo processo è sbagliato, nei tempi e nei modi, è destinato a diventare uno show mediatico, che è per definizione la negazione di ogni giustizia.

 

 

 

I processi per crimini di guerra del vincitore sul vinto sono tutti politici, hanno l'unico sapore della vendetta. Andrebbero fatti solo a guerra finita e ciascuno Stato dovrebbe giudicare i propri assassini. Se davvero, come tutti noi crediamo, a Zelensky preme più di ogni altra cosa la pace, deve consegnare il ragazzo a Putin e chiedere a Mosca di giudicarlo. Sarebbe il miglior viatico all'inizio delle trattative per raggiungere una tregua e, indipendentemente dalla sorte finale di Shishimarin, salverebbe decine di migliaia di vite, ucraine e russe. All'umanità sarebbero risparmiati milioni di commenti idioti sui social da parte di personaggi soliti augurare dal divano di casa la morte tra atroci dolori a chi è colpevole di pensarla diversamente da loro. Ai combattenti sarebbe evitata la certa escalation del conflitto, con annesso aumento esponenziale di ogni efferatezza, in caso sia di condanna sia di assoluzione del sergente ventunenne.

 

 

 

La sentenza esemplare ai danni del giovane scatenerebbe una rappresaglia da parte dell'esercito russo, che ha prigionieri ucraini e i cui carrarmati ogni giorno condividono le strade con milioni di civili nei territori invasi. Gli evacuati dall'acciaieria Azov di Mariupol, solo per fare un esempio, sono oggi alloggiati in un campo profughi gestito dall'Armata Rossa. Qualsiasi sentenza più clemente non potrebbe essere accettata dall'opinione pubblica di Kiev, specie dopo un processo che ha tutta l'aria di voler essere utilizzato come arma di propaganda dal governo invaso. Se l'Onu ancora esistesse e servisse a qualcosa, dovrebbe intervenire, chiedere in consegna Vadim Shishimarin, far sentire la propria voce almeno sotto l'aspetto umanitario, visto che su quello politico non conta nulla. Se c'è una ragion di Stato, che è più forte della giustizia singola, dev' esserci anche una ragion di Stati, che dovrebbe imporre il differimento di questo processo, solo di poco più disumano del crimine che va a giudicare.