Quadro ribaltato

Russia, la legione anti-Putin invade la madrepatria: cosa sta succedendo

Daniele Dell'Orco

Tensione alle stelle nella regione russa di Belgorod, appena al di là del confine con Kharkiv, nell’Ucraina orientale. Ieri un gruppo di militari armati che secondo il Cremlino farebbero parte di un DRG (un gruppo di sabotaggio) ucraino, si è infiltrato nel territorio “storico” della Russia e ha piazzato le bandiere nelle località di Bezlyudovka, Churovichi e Lyubimovka, site non solo nella regione di Belgorod ma anche di Bryansk e Kursk. L’attacco è stato anticipato da un fuoco di artiglieria che avrebbe ferito almeno 3 civili e il vicesindaco di Graivoron, un altro dei villaggi di frontiera. «Il ministero della Difesa russo e il Servizio di sicurezza federale (Fsb) hanno informato il presidente Vladimir Putin del tentativo da parte di sabotatori ucraini di entrare nella regione russa di Belgorod», ha fatto sapere il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, durante un punto stampa. I reparti di Mosca (aviazione compresa, specie elicotteri Mi-8) si sono attivati per respingere l’attacco mentre i civili si sono nascosti negli scantinati o hanno preferito lasciare le zone di confine.

Il governo ucraino ha immediatamente respinto qualsiasi accusa: «L’Ucraina osserva con interesse gli eventi nella regione di Belgorod in Russia e studia la situazione, ma non c’entra niente. Come sapete, i carri armati vengono venduti in qualsiasi negozio militare russo e i gruppi di guerriglia sotterranea sono composti da cittadini russi», ha scritto su Twitter Mykhailo Podolyak, consigliere del presidente ucraino Volodymyr Zelensky.

RIVENDICAZIONE Il confine tra paternità diretta e indiretta di attacchi del genere è per la verità molto labile. L'azione è stata rivendicata da due gruppi di «ribelli russi» che si fanno chiamare “Corpo dei volontari russi” e “Legione della libertà della Russia”. Il primo, sui propri social, ha lanciato un appello: «Cittadini della Russia, siamo russi come voi. L’unica differenza è che non vogliamo più giustificare le azioni dei criminali al potere e vogliamo che la dittatura del Cremlino finisca. Queste sono le prime bandiere di una Russia libera all'alba sulle città liberate». Il “Corpo dei volontari russi” era già salito alla ribalta il 2 marzo scorso quando lanciò un attacco transfrontaliero nella vicina regione russa di Bryansk. È guidato da Denis Kapustin, già leader di gruppi neonazisti russi, ed è inquadrato nella Difesa territoriale ucraina. L’altro invece è capeggiato dall’ex oligarca e dissidente russo Ilya Ponomarev, fuggito già da anni in Ucraina.

I componenti di queste formazioni sono perlopiù “combattenti di strada” della problematica “generazione Eltsin” emigrati dalla Russia in Ucraina prima del 24 febbraio (ma ci sono anche ex militari russi fatti prigionieri o che hanno disertato) e con l’esplosione del conflitto hanno deciso di comporre milizie russe al pari di quelle georgiane, cecene e bielorusse che già operavano con l’esercito ucraino seppur in molti casi senza un inquadramento ufficiale. Pochi giorni dopo l’incursione di marzo a Bryansk, Kapustin al Financial Times confessò: «Certo, l’azione è stata concordata col governo di Kiev, altrimenti non sarebbe potuta accadere. Come potete immaginare che io abbia potuto attraversare il buio della notte lì? Ci sono ponti minati, ci sono telecamere, droni a con sensori di calore, punti di osservazione nascosti. Se non ci fossimo coordinati con nessuno [nell’esercito ucraino, NdR]... credo che stati saremmo semplicemente distrutti», disse. Negli ultimi mesi in effetti le forze armate russe hanno compiuto notevoli sforzi per costruire trincee e linee di difesa con “Denti di Drago” lungo il confine con l'Ucraina.

 


Ma ora nelle zone interessate l'amministrazione locale ha dovuto introdurre un coprifuoco per cercare i sabotatori ancora presenti (una ottantina in totale) nel territorio e allo stesso tempo decidere l'evacuazione degli abitanti. L’incursione contribuisce così a farsi beffe del sistema di difesa di Mosca, a diffondere panico tra la popolazione locale esasperata dal senso di insicurezza e a rendere per l’Ucraina meno amaro il boccone da ingoiare con la caduta di Bakhmut. Della città del Donbass, la PMC Wagner ha ribadito che si ritirerà dal 25 maggio al primo giugno e consegnerà le posizioni all’esercito regolare di Mosca.

CARNEFICINA
La battaglia di Bakhmut è durata 224 giorni, ma i conflitti nella periferia erano iniziati addirittura a maggio del 2022. Per il leader dei wagneriti Prigozhin, l'operazione “Tritacarne Bakhmut” è stata ideata per «macinare delle forze nemiche», pagando però a propria volta un prezzo elevato. Fonti russe parlano di circa 55mila perdite irrecuperabili degli ucraini nella battaglia, tre volte di più di quanto l’Urss abbia perso in 10 anni in Afghanistan. Cifra che realisticamente andrebbe ridotta di due terzi. Anche tra le fila della Wagner, che più volte avevano mostrato sterminati cimiteri a Krasnodar ed Ekaterinburg, le perdite verosimili non sono inferiori alle 15mila unità (per gli Usa almeno 20mila compresi i regolari).