L’orgoglio e l’imbarazzo, la chiusura e la responsabilità. L’attacco diplomatico dell’Italia alla Svizzera e le pressioni del nostro governo sulla Procura di Sion, arrivate a paventare addirittura un commissariamento internazionale dell’ufficio della procuratrice Beatrice Pilloud, hanno sortito un duplice effetto nella Confederazione. Da una parte c’è la reazione, fisiologica, della difesa dell’identità e dell’indipendenza. Il ritiro del nostro ambasciatore è stato interpretato a Berna come un tentativo di interferire negli affari giudiziari del Paese, quasi che la Farnesina avesse indossato i panni del giudice e avesse già emesso il verdetto di colpevolezza, indignandosi perché non viene eseguito. È una posizione che unisce la sinistra socialista, i radicali popolari, partito di centrodestra che governa il Vallese a e cui aderisce il sindaco di Crans Montana, nonché formazione di riferimento di Pilloud, che da esso è stata scelta, e la Lega del Ticino, che ha lanciato lo slogan “no alle ingerenze straniere, sì allo Stato di diritto”.
La politica svizzera cerca di uscire dal tunnel nel quale gli inquirenti di Sion l’hanno cacciata cercando di sollecitare l’orgoglio patrio per contenere il senso di frustrazione che attanaglia buona parte dell’opinione pubblica svizzera, anch’essa basita dal procedere lento, confusionario e in apparenza poco efficace della magistratura vallese. La Confederazione ha pagato il più alto tributo di sangue al rogo de La Constellation e i cittadini elvetici chiedono giustizia, interrogandosi sul perché essa non arrivi. Dall’altra parte ci sono i dubbi legittimi, che non angosciano solo la popolazione, ma contagiano anche i rappresentanti dell’Assemblea Federale, il Parlamento di Berna e molti opinionisti.
«La giustizia vallesana trabocca di dilettantismo. Invece di reagire con decisione per far luce sulla tragedia, procede in modo approssimativo. Nessuno capisce perché le autorità comunali di Crans non siano indagate. Ma non è solo la giustizia a fallire, anche l’organo di sorveglianza non svolge il proprio compito, al punto che deve intervenire l’Italia per dare una scossa al nostro sistema»: così scrive il diffuso quotidiano Blick. Certo, è la stampa della Svizzera tedesca, in perenne e tradizionale rivalità con quella francese, e se la strage di Capodanno fosse avvenuta a Zurigo anziché nel Vallese, forse i toni sarebbero diversi. Però le accuse sono forti e argomentate, e non sembrano cadere nel vuoto.
La notizia infatti è che a Berna alcuni parlamentari starebbero valutando di modificare la legislazione in modo che i casi di rilevanza internazionale o quelli nazionali particolarmente importanti possano essere sottratti alle autorità cantonali. La voce trova conferme ufficiose tra i membri dell’Assemblea Federale, benché tutti si rendano conto che una scelta simile sarebbe una mazzata per il federalismo, che è la religione che unisce la Svizzera. Tuttavia le perplessità sull’indagine sono arrivate ormai al livello più alto delle istituzioni, e molto probabilmente il tema emergerà pubblicamente. Quantomeno, se non a livello di commissariamento della Procura, strada suggerita dagli stessi avvocati elvetici delle vittime di Crans ma respinta con forza da Sion, che proprio due giorni fa ha ribadito polemicamente la propria «competenza per i reati connessi ai grandi eventi e con particolare risonanza mediatica», qualche iniziativa potrebbe essere presa a livello degli organi competenti a vigilare sul lavoro della magistratura vallesana, che sembra sfuggire al controllo delle autorità cantonali.
D’altronde, la mossa sarebbe in continuità con quella fatta una decina di giorni fa dall’Assemblea Federale, che ha incaricato una commissione di studiare una legge che consenta alla Confederazione, magari attraverso l’istituzione di un fondo, di risarcire tutte le vittime, straniere e no, per sopperire alle probabili incapacità dei colpevoli, del Comune di Crans e del Vallese di affrontare lo sforzo economico. E si sa che chi paga, alla fine decide. Alla faccia del federalismo svizzero.