«Se l’ambasciatore italiano deve restare a Roma, per me può stare a mangiare l’amatriciana ancora qualche settimana fintanto che il suo governo non avrà capito che tra Stati non si lavora in questo modo». La politica svizzera, adesso, risponde all’Italia. Sullo sfondo c’è il Constellation di Crans-Montana, quel disco-pub ridotto a un tendone bianco con le transenne davanti: non l’hanno digerito, a Berna, il pugno duro di Giorgia Meloni. Che in realtà pugno non è e duro men che meno, è più una mano tesa nel segno della cooperazione, dato che in quell’infame rogo di Capodanno, tra le quaranta vittime che han perso la vita, ce ne sono sei italiane e aggiunto che, tra i 116 feriti, undici sono rientrati nelle nostre strutture sanitarie e una, Elsa Rubino, è ancora a Zurigo.
«Questa non è più una provocazione», il primo a prendere posizione è il consigliere nazionale elvetico del Plr, il Partito liberale e radicale, Alex Farinelli: lo fa in tivù, lo fa in italiano, lo fa senza mai alzare la voce, però lo fa in modo deciso. «Questo», dice, «è un attacco frontale e agli attacchi frontali si risponde in maniera chiara sottolineando che noi non ci facciamo ricattare da un altro Paese. Un’ingerenza di questo tipo, che di fatto subordina la riapertura delle relazioni diplomatiche ordinarie a un’intromissione nelle indagini, è inaccettabile».
Orgoglio svizzero a parte (a parte fino a un certo punto perché, ma tra poco ci arriviamo, a Farinelli si accoda un coro bipartisan e pure la procuratrice generale di Sion Béatrice Pilloud, spiega l’ambasciatore Gian Lorenzo Cornado poco prima di rientrare a Roma come richiesto dall’esecutivo, qualche giorno fa, «non mi ha voluto concedere un appuntamento perché non voleva pressioni da parte dell’Italia»), la questione s’ingrossa. E il rischio, più che un braccio di ferro a tavola, è che si perda di vista l’obiettivo a cui in realtà tende Meloni: fare luce il prima possibile sulla tragedia del Constel, assicurare i responsabili (mica solo i Moretti) alla giustizia e dare il balsamo della legalità a chi, in quel rogo maledetto, ha perso tutto e anche di più. Senza guardare alla nazionalità delle famiglie coinvolte.
Chiarito questo, l’arco politico svizzero sembra aver ritrovato una certa compattezza quantomeno nelle dichiarazioni riservate al nostro Paese: per Piero Marchesi (presidente dell’Udc, l’Unione dei democratici di centro del Ticino) «l’azione del governo italiano è a dir poco vergognosa e mi aspetto una reazione muscolosa da parte del Consiglio federale. Su come viene portata avanti l’inchiesta si può discutere, ma l’ingerenza è intollerabile», mentre per Carlo Sommaruga (presidente in quota socialista della commissione sulla Politica estera nel Consiglio degli Stati) «non sta a un ministro degli Affari esteri di un altro Paese dire a un Paese sovrano come organizzare la giustizia, questo è un problema interno e non di competenza di uno Stato straniero».
Più istituzionale è invece il Dfae, il Dipartimento federale degli affari esteri elvetico, che in serata rilascia una nota dai toni pacati e dalle considerazioni tecniche: «Essendoci vittime italiane le autorità d’oltre confine sono tenute anch’esse ad aprire un procedimento penale», ammette, specificando che «lo hanno fatto affinché si possa collaborare e hanno chiesto assistenza giudiziaria»; questa è arrivata all’«ufficio federale di Giustizia il 13 gennaio ed è stata trasmessa alle autorità competenti, il pm vallesano «il quale, proprio ieri, ci ha informati che entrerà nel merito della domanda entro questa settimana».
E ieri sera l’Ufficio federale di giustizia (Ufg) ha aperto a Palazzo Chigi, facendo sapere (scrive l’Ansa) che la procura di Roma e quella di Sion «avranno la possibilità di unirsi per le indagini in cosiddette squadre investigative comuni. Tale possibilità è prevista esplicitamente dall’articolo 20 del secondo protocollo aggiuntivo della Convenzione europea di assistenza giudiziaria». Nel frattempo, il ministro degli Esteri Antonio Tajani ribadisce: «Finché non si farà chiarezza non rimanderemo l’ambasciatore a Berna: comunque l’ambasciata è aperta così come il consolato, ma si tratta di un segnale per dire: “Attenzione, qui bisogna fare chiarezza”. Io sono super-garantista ma per gli altri possibili imputati o indagati ci può essere il dubbio, loro (i Moretti, ndr) sono i proprietari del bar, stavano là. C’è una tale evidenza della responsabilità dei due che è come se prendi uno in fragranza di reato. Il reato per il quale devono essere imputati lo deciderà la magistratura, ma che ci siano loro responsabilità è incontrovertibile».