Siamo a Chicago, “città santuario” di lunga data che non collabora con le forze dell’ordine federali, e alle tre di notte gli agenti dell’Ice si preparano a entrare in azione. Hanno tre obiettivi da raggiungere entro la mattinata. La sveglia presto garantisce di eseguire gli arresti prima che i sospettati vadano al lavoro. Quando la pattuglia arriva al primo indirizzo, ci sono già due federali che sorvegliano l’abitazione. Alle 5:30 la porta si apre, esce un tizio, lo circondano in otto, lo ammanettano. Si scoprirà che è uno scambio di persona, avrebbero dovuto arrestare il fratello.
Un’ora più tardi i federali si fermano di fronte alla casa di uno che ha scontato dieci anni per traffico di stupefacenti e guida in stato di ebbrezza. Usa un’altra identità. «Potremmo tentare di perseguire penalmente questo tizio perché è stato precedentemente espulso dal Paese, il che costituisce un reato federale», spiega il supervisore della squadra. Invece lo prendono prima dell’alba. Sono passate le 10 quando gli agenti arrivano sul posto di lavoro del terzo obiettivo. Hanno un mandato di arresto: il tizio detiene un’arma non autorizzata e un paio di volte è stato trovato ubriaco alla guida. Un suo collega, spaventato, scappa. Lo arrestano arbitrariamente. È un reportage della Cnn, è il 2016, è la città di Barack Obama, all’epoca sul finire del suo secondo mandato e già noto come “deporter in chief”, espulsore in capo.
IL PICCO NEL 2012
A causa del numero record di rimpatri, il democratico si è alienato gli ispanici, una buona fetta dei quali era stata un’importante sostegno. Secondo il Transactional Records Access Clearinghouse di Syracuse, un’organizzazione no profit per la raccolta, la ricerca e la distribuzione di dati, in otto anni l’amministrazione Obama ha registrato oltre 3,1 milioni di espulsioni effettuate dall’Ice, più di qualsiasi altro presidente negli ultimi tre decenni.
Il picco è stato raggiunto nel 2012, quando furono allontanate dal Paese oltre 407mila persone. Donald Trump, durante la sua prima presidenza, ha raggiunto un massimo di 269mila espulsioni, era il 2019, e in quattro anni ne ha fatte registrare meno di 932mila.
IL DOPO BIDEN
Nell’ultimo anno, secondo un’analisi di dati federali condotta dal New York Times, il Dipartimento perla sicurezza interna ha espulso 230mila persone arrestate all’interno degli Stati Uniti, 270mila respinte alla frontiera, 40mila sono tornate nei loro Paesi dopo aver aderito all’iniziativa di auto-espulsione e aver ricevuto il sussidio promesso da Washington. Totale: 540mila, meno degli ultimi due anni dell’amministrazione Biden, quando gli attraversamenti delle frontiere avevano raggiunto livelli record. Nel 2023 i respingimenti totali furono 590mila, nel 2024 650mila. Oggi non è così: le nuove politiche sull’immigrazione hanno fatto crollare ai minimi storici il numero di persone che cerca di attraversare il confine sud-occidentale. Motivo per cui, oltre ad arrestare i soggetti già in carcere, i federali si sono dedicati a quelli che l’Ice definisce “arresti a piede libero”, ovvero arresti di immigrati per strada, nei tribunali, nelle case e nelle aziende. Questi sono quadruplicati, raggiungendo circa 150mila unità e hanno costituito la maggior parte degli arresti per immigrazione in 32 stati e nel Distretto di Columbia. A fronte della promessa elettorale di espellere milioni di persone, infatti, Trump ha cambiato le regole per restare sul suolo americano: a causa delle disastrose politiche di Biden, che hanno innescato la più grande ondata di migranti illegali nella storia degli Stati Uniti, il numero di persone senza status legale o con solo una protezione temporanea dall’espulsione stava aumentando rapidamente prima dell’insediamento di Trump. Nel 2024 le stime parlavano di 14 milioni di persone. La nuova amministrazione ha revocato queste tutele e alle persone senza documenti è stato intimato di andarsene, pena l’arresto e l’espulsione.
Motivo per cui il tasso di espulsione (inteso come il rapporto tra i rimpatri effettivi e gli ordini di allontanamento emessi) di persone con condanne per reati violenti o altri precedenti penali è raddoppiato, mentre è aumentato di oltre sei volte per coloro senza precedenti penali.
GLI STATI CHE COLLABORANO
C’è una cosa, però, che il quotidiano casualmente tralascia: ovvero che tre stati (Texas, Florida e Tennessee) sono responsabili di oltre un terzo di tutti gli arresti dell’Ice. Perché? Sono stati che impongono la cooperazione dei funzionari locali con le autorità per l’immigrazione. Quando l’Ice può prelevare un criminale straniero da un “luogo protetto” come una prigione, gli agenti non hanno bisogno di scendere in strada a cercarlo. Il problema sono le “città santuario”, le cui amministrazioni dem collaboravano di buon grado con i federali finché c’era Obama, per poi rinominarli “Gestapo moderna” e istigare i manifestanti per opportunità politica ora che c’è Trump. Con l’effetto che l’Ice è costretta a recarsi nelle comunità per cercare i clandestini e arrestarli “a piede libero”.