Una raffica di sanzioni americane chiude il primo giorno di colloqui fra gli Stati Uniti e la Repubblica Islamica iraniana a Mascate, in Oman. Il dipartimento di Stato di Washington ha annunciato ieri di aver individuato 15 entità, due individui e 14 navi coinvolte nel commercio illecito di idrocarburi, a cui applicare provvedimenti punitivi, allo scopo di «arginare il flusso di entrate che il regime di Teheran utilizza per sostenere il terrorismo all’estero e reprimere i propri cittadini». È la risposta alla principale richiesta della controparte, che pretendeva la rimozione «efficace e verificabile» delle restrizioni e «benefici economici tangibili». Con una clausola aggiuntiva: senza concedere nulla in cambio. Più la portaerei Abraham Lincoln si avvicina alle loro coste- e ormai la capitale è a tiro di cannone -, più gli iraniani mostrano il muso duro. Come se fosse sufficiente a difenderli da un’offensiva militare degli Stati Uniti. Nei giorni scorsi, i Pasdaran avevano esibito il loro nuovo arsenale balistico, mentre ieri conducevano test di lancio mentre iniziavano negoziati con gli Stati Uniti.
La delegazione della Repubblica islamica si era limitata a escludere che le loro testate e i loro vettori fossero un argomento di cui discutere al tavolo delle trattative, separate tranne un incontro diretto. E durante l’incontro avevano precisato ai mediatori, guidati dal ministro degli Esteri dell’Oman, Badr Albusaidi, che non ci pensavano neanche a sospendere l’arricchimento o l’esportazione del combustibile nucleare al di fuori del Paese, benché gli Stati Uniti li avessero invitati a smantellare la minaccia missilistica e lo ritengano fondamentale per il successo dell’accordo. Le posizioni rimangono distanti e dialogare all’unico scopo di guadagnare tempo rischia di rivelarsi una strategia suicida da parte del ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi al quale, poste le sue improbabili condizioni, non resta che volare a Doha per consultarsi con i vertici del Qatar sul da farsi. Andando avanti così, il tavolo salta definitivamente e si aprono scenari imprevedibili. E in effetti, dopo tre round a vuoto, gli inviati della Casa Bianca Steve Witkoff e Jared Kushner tornano verso Washington. Se ne riparla, non si sa quando. Non si sono accordati nemmeno per una nuova data.
L’unico a rallegrarsene è il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, che «accoglie con favore la ripresa dei colloqui odierni tra Iran e Stati Uniti e auspica che contribuiscano a ridurre le tensioni regionali e a prevenire una crisi più ampia». Il suo portavoce diffonde una nota, completamente indipendente dall’esito della giornata, in cui si «esprime gratitudine ai Paesi della regione per i loro sforzi volti a rendere possibili questi colloqui e all’Oman per averli ospitati».
Peccato che fin qui si siano rivelati sforzi inutili, anche se il segretario generale ha «costantemente sostenuto la necessità di una de-escalation e della risoluzione pacifica delle controversie in conformità con la Carta delle Nazioni Unite» ed è ancora convinto che «tutte le preoccupazioni possono e devono essere affrontate attraverso un dialogo pacifico». Il percorso, come riferito alla vigilia dall’emittente panaraba Al Jazeera, era stato tracciato dai governi del Qatar, della Turchia e dell’Egitto che avevano presentato alcuni punti-chiave, fra i quali c’era l’impegno di Teheran a «limitare in maniera significativa» l'arricchimento di uranio. A seguire, limitazioni all’uso di missili balistici e alla fornitura di armi e tecnologie agli alleati non statali dell’Iran nella regione. Nel quadro dell’accordo, respinto da Araghchi, la Repubblica islamica si impegnerebbe ad azzerare il livello di arricchimento dell’uranio per tre anni. Trascorso questo periodo, dovrebbe limitarsi a tenere il livello al di sotto dell’1,5%. Le sue attuali scorte di uranio altamente arricchito, tra cui circa 440 chilogrammi al 60%, sarebbero trasferite a un Paese terzo non specificato. Inoltre, in questo quadro, Teheran si impegnerebbe a non avviare l’uso di missili balistici, mentre la richiesta americana è di limitarne numero e gittata. La prossima mossa tocca a Teheran, se c’è ancora tempo, e non vogliono utilizzarlo per prendere in giro gli americani.