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Dazi, il piano-B di Donald Trump: la sua prossima mossa

sabato 21 febbraio 2026
Dazi, il piano-B di Donald Trump: la sua prossima mossa

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«Dazio», ha detto e ripetuto Donald Trump, è la parola più bella del dizionario. La First lady gliel’ha fatta passare la prima volta, ha aggrottato le sopracciglia alla seconda, alla terza l’ha inchiodato. E siccome Trump, al terzo matrimonio, è diventato un osservante della regola “happy wife, happy life” (moglie felice, vita felice), ecco che la parola “dazio” è prudentemente scesa alla quinta posizione, dopo «amore, Dio, moglie e famiglia».

La Corte Suprema però ieri ha stabilito con 6 voti contro 3 che la Casa Bianca ha oltrepassato i limiti della sua autorità utilizzando l’International Emergency Economic Powers Act (Ieepa) per imporre dazi su decine di Paesi e abbiamo il sospetto che la seconda parola del poker trumpiano abbia cominciato a soffrire di vertigini. La Costituzione degli Stati Uniti, si legge nella sentenza, conferisce «solo al Congresso» il potere di imporre imposte in tempo di pace. «E le implicazioni dei dazi sugli affari esteri non rendono più probabile che il Congresso rinunci al suo potere», prosegue il documento. «Di conseguenza, il Presidente deve ottenere una chiara autorizzazione del Congresso per giustificare l’utilizzo straordinario di tale potere».

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Ora, i dazi giudicati illegittimi non sono tutti. Trump ha fatto ricorso allo Ieepa del 1977, una norma che consente al presidente di “regolare” importazioni ed esportazioni in caso di emergenza nazionale, in due casi: a febbraio dell’anno scorso impose gabelle del 25% su alcuni beni provenienti da Cina, Messico e Canada come leva per costringere i tre Paesi a fermare il flusso di migranti e il traffico di fentanyl negli Stati Uniti; e ad aprile, durante il Liberation day, allargò l’uso della legge a livello globale, definendo «emergenza nazionale» il deficit commerciale «vasto e persistente» che gli Stati Uniti avevano con il resto del mondo e che aveva causato lo svuotamento del settore manifatturiero statunitense.

I dazi cosiddetti “reciproci”, variavano a seconda degli accordi raggiunti di volta in volta dai governi: con Pechino erano stati concordati al 34%, con l’Unione Europea e con il Giappone al 15%, al 10% con il Regno Unito. Restano quindi esclusi dalla decisione della Corte i dazi su acciaio, alluminio, legname e automobili, adottati in base all’articolo 232 del Trade Expansion Act del 1962 e giustificati da valutazioni di sicurezza nazionale condotte dal dipartimento del Commercio. Le tariffe su acciaio e alluminio sono applicate a livello globale e fissate al 50%, con una riduzione al 25% per il Regno Unito. In vigore rimangono anche quelli imposti ai sensi dell’articolo 301 sulle pratiche commerciali sleali: le misure principali riguardano la Cina, con aliquote comprese tra il 7,5% e il 100% su centinaia di miliardi di dollari di beni.

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Ma a Trump, ovviamente, e non soltanto per orgoglio, non basta. I dazi sono stati un passepartout che l’amministrazione ha utilizzato per aprirsi molte porte (commerciali, diplomatiche, fiscali): per esortare le aziende a produrre a livello nazionale, per accedere ai mercati esteri, per imporre la fine di conflitti (vedi alla voce: «Pace attraverso la forza») e, infine, anche per compensare i tagli fiscali dell’ultima legge di bilancio.

Proprio per l’importanza geopolitica di quest’arma economica, la Casa Bianca aveva da tempo sul tavolo un piano B, da mettere in atto nel caso in cui il piano A fosse stato fatto brillare dai togati. Ora Scott Bessent, il segretario al Tesoro, ora Kevin Hassett, direttore del Consiglio economico nazionale della Casa Bianca, ora Jamieson Greer, rappresentante commerciale degli Stati Uniti e primo tra i negoziatori di Trump, quando venivano interpellati dai giornalisti sull’attesa decisione della Corte avevano cominciato a scoprire le carte. In caso di sentenza sfavorevole, ha detto Greer ha gennaio al New York Times, l’amministrazione avrebbe iniziato «il giorno successivo» a ristabilire i dazi. Bessent aveva elencato le norme utilizzabili per replicare: le sezioni 301, 122 e 232 del Trade Expanction Act del 1962.

Hassett aveva parlato di «un’autorità speciale» per imporre un dazio generalizzato su tutti i prodotti importati del 10% per sei mesi, così da avere «il tempo per sistemare le cose». E questo ha annunciato ieri Trump: «Oggi firmerò un ordine per imporre un dazio globale del 10% ai sensi dell’articolo 122 del Trade Act del 1974». Nel frattempo, e sempre senza passare dal Congresso, avvierà indagini sulle pratiche commerciali sleali per applicarne di nuovi. «Volevo fare il bravo ragazzo», ha detto il tycoon, descrivendo la sua “moderazione” nell’imporre dazi ai sensi dello Ieepa, ma dopo la «deludente» decisione della Corte, composta da giudici «antipatriottici e sleali nei confronti della nostra Costituzione» e «influenzati da interessi stranieri», non potrà che avvalersi di altre autorità.

Oltre a gettare aziende e mercati in nuovi e più minacciosi marosi, la Casa Bianca e la Corte dovranno risolvere un’altra questione: i rimborsi di oltre 200 miliardi di dollari, lo 0,5% del Pil americano, che il Tesoro rischia di dover versare agli importatori. Nella sentenza, infatti, la Corte Suprema non ha fatto chiarezza ed è probabile che la pratica dovrà essere risolta dai tribunali di grado inferiore. «Passeremo in tribunale i prossimi cinque anni», ha detto ieri Trump.