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Iran, le radici storiche della teocrazia colpita al cuore

Il mito della Persia "invincibile", dai romani allo Scia fino alla rivoluzione islamica che ha condannato il Paese alla tragedia
di Marco Patricelli domenica 1 marzo 2026

3' di lettura

I romani per ben sette secoli non riuscirono a conquistarla, gli arabi ce la fecero in un ventennio e gli inglesi assieme ai sovietici se ne impadronirono in un mese. La Persia, superpotenza dell’epoca antica, non poteva non entrare in rotta di collisione con Roma, ma nessuna guerra con alterne vicende fu mai risolutiva. I Sasanidi che non si erano piegati neppure ai bizantini dovettero però chinare il capo davanti alle truppe dei califfi e inginocchiarsi pure al nuovo credo islamico. I persiani riconquisteranno l’indipendenza dall’Impero ottomano nel XVII secolo. All’alba del Novecento l’Impero britannico e quello zarista si divisero la Persia in sfere di influenza, con un simulacro di indipendenza che consentì al Paese di rimanere formalmente neutrale durante la prima guerra mondiale. La scomparsa della Russia dei Romanov e dell’Impero ottomano lasciò la Gran Bretagna arbitra del destino della Persia, ma non riuscì a farne un protettorato, a causa delle forti resistenze interne cementate nel legame tra sentimento nazionale e credo religioso.

La svolta avviene nel 1921. È la Brigata cosacca persiana, da un anno agli ordini del colonnello Reza Khan, a togliere per sempre dalla scena la dinastia Quajar. Questo corpo militare era stato adottato dalla corte dopo una visita a Pietroburgo nel 1878 dello scià Nasser al-Din che, impressionato dalla guarda imperiale durante una manovra, aveva deciso di adottarne una uguale a Teheran col permesso dello zar Alessandro II che gli aveva inviato ufficiali esperti per l’addestramento. I cosacchi persiani erano stati sotto comando russo fino alla rivoluzione di ottobre del 1917. Reza Khan Pahlavi (1878-1944), entrato nella Brigata a 16 anni, da comandante decide di assumere il potere con la forza ed entra nella capitale senza incontrare resistenza. Per tre anni si accontenta di essere capo delle forze armate mentre intanto consolida e allarga il suo potere, ispirandosi al modello di Mustafa Kemal Ataturk in Turchia. Il 12 dicembre 1925 si fa incoronare nuovo re di Persia e l’anno dopo assume la porpora imperiale con l’appoggio del clero sciita, aprendo alla modernizzazione per quanto con metodi autoritari e spregiudicatezza. Si libera subito dai religiosi e laicizza lo Stato, proibendo alle donne l’uso del chador e dell’hijab.

Nel 1935 è lui a cambiare la denominazione di Persia con Iran, ovvero “terra degli ariani”. È infatti attratto dal totalitarismo e dalla dottrina nazista e viene ricevuto con tutti gli onori da Hitler. Con lo scoppio della seconda guerra mondiale Churchill non può permettere che lo scià rifornisca l’assetata macchina bellica tedesca e in accordo con Stalin nel 1941 lancia prima un ultimatum a Teheran e poi l’invasione militare sul campo (Operazione Countenance), che oltre al controllo della produzione petrolifera serve anche a realizzare un corridoio sicuro per gli aiuti a Mosca.

Reza Pahlavi verrà costretto all’esilio e a cedere il potere al figlio Mohammed Reza (1919-1980), più accomodante e filoinglese. Nel 1951 il premier Mohammed Mossadeq, sostenuto dal clero sciita, nazionalizza l’Anglo-Iranian Oil: la sua rimozione su richiesta di Londra provoca proteste e tumulti, avviando un periodo di instabilità ingigantita dai continui e insanabili contrasti con Mossadeq che Reza Pahlavi è stato costretto a richiamare sull’onda delle sollevazioni di piazza.

Un primo colpo di stato nel 1952 finisce con l’intervento risolutivo dell’esercito e il ritorno sul trono dello scià che si avvale della longa manus della Cia e dei servizi segreti britannici. Nonostante una decisa politica di modernizzazione e occidentalizzazione, che per i religiosi integralisti suona blasfema, si apre la fase del dispotismo che terminerà col crollo dell’impero dei Pahlavi sotto le spallate della rivoluzione islamica guidata dall’ayatollah Khomeini in esilio a Parigi dopo il tentativo di golpe del 1963. Agli inizi del 1979 lo scià abbandonava un Paese lacerato da feroci contrapposizioni di piazza con morti e feriti, e andava in esilio mentre l’Iran era preda del bagno di sangue della resa dei conti. L’autocrazia diventava teocrazia: feroce, liberticida, oscurantista e sponsor del terrorismo internazionale. Oggi all’epilogo.

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