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Dubai, 25mila euro per andarsene: il dramma degli italiani in balia dei mercenari

di Simone Di Meo giovedì 5 marzo 2026

3' di lettura

Dubai. La capitale dell’eccesso si è chiusa a chiave. Qui tutto ha un prezzo, ma da oggi ce l’ha anche la pelle. Si va dai 15mila ai 25mila euro a persona. Non per una suite all’ultimo piano di qualche sfavillante grattacielo con vista sul deserto, ma per lasciarsi le bombe alle spalle e sperare di rivedere casa. I cieli degli Emirati Arabi Uniti sono diventati una trappola d’acciaio. Voli cancellati, scali paralizzati, radar impazziti. E così pure la guerra è diventata un business al dettaglio. In questo vuoto d’aria e di certezze, per italiani e stranieri rimasti bloccati, si muovono infatti le ombre dei “contractor” o sedicenti tali. Sono (presunte) società di security e intelligence, spesso con uno schermo americano. Vendono un biglietto per l’uscita di sicurezza nel mezzo del caos. Ma nel loro gergo spietato non si chiama “trasferimento” o “viaggio di ritorno”. Si chiama “esfiltrazione”. Paghi il passaggio, paghi la logistica armata, paghi l’illusione di battere sul tempo l’apocalisse. Paghi e preghi.

Con i cieli sigillati, la mappa della disperazione punta a Est: la direttrice terrestre verso l’Oman. Sembra la via d’uscita perfetta. La logica è drammatica ma semplice: il valico tra Emirati Arabi e Oman risulta formalmente aperto. Questo miraggio spinge chi può permetterselo a pagare cifre folli pur di fuggire via terra, in auto, in moto, sui cammelli finanche, attraverso il deserto. Ma in un conflitto così imprevedibile le certezze evaporano all’alba. Le regole d’ingaggio sono saltate. Da 72 ore, la geostrategia dell’area si è ribaltata. L’Oman non è più l’oasi neutrale. Ha iniziato a ricevere “strike” missilistici dagli ayatollah. Da ex piattaforma di mediazione e hub diplomatico, è diventato a tutti gli effetti un nuovo bersaglio di Teheran. La rotta pagata a peso d’oro spesso si rivela un corridoio dritto verso il fronte. E se anche non è così, chi può mettere in dubbio la parola di un contractor? Non c’è certo il Codacons a cui rivolgersi perché truffati. Chi la guerra la conosce davvero, tira il freno a mano di fronte a ipotesi salvifiche del genere. Alex è un operatore con una lunga e cruda esperienza nei teatri di guerra. Con “Libero” fotografa la situazione tagliando via ogni illusione. Non ci sono eroismi da compiere in mezzo alle dune, ma solo un bagno di realtà: si tratta a tutti gli effetti di «operazioni e situazioni pericolose e incerte» che «non bisogna raccomandare» in alcun modo.

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Mentre i mercenari vendono sogni di fughe pronto bonifico, i professionisti blindano le retrovie. L’ordine di Alex ai suoi uomini suona come una sentenza inappellabile, un protocollo di sopravvivenza puro: «Ai nostri asset sul posto abbiamo detto di non muoversi e di non accettare proposte strane», anzi, abbiamo imposto a tutti di «lavorare da casa». L’analisi di Alex sul cambio di passo della guerra è spietata. L’escalation non perdona chi si trova per strada, perché le dinamiche degli attacchi sono mutate radicalmente: «Usa e Israele stanno aumentando e aumenteranno intensità e frequenza, quindi la reazione dell’Iran è passata da obiettivi militari a obiettivi civili come porti, aeroporti, autostrade». La conclusione del suo ragionamento è una lapide sulle speranze di chi voleva fuggire con la supercar verso Mascate: «Per Teheran, queste infrastrutture sono obiettivi di guerra legittimi». I droni non hanno pietà. È lo scontro frontale tra due mondi. Da una parte, il mercato nero della paura che lucra sull’ansia, vendendo corse disperate verso un confine bombardato. Dall’altra, le direttive glaciali delle grandi società internazionali. Nessuna improvvisazione. Le corporations stanno sconsigliando vivamente ai propri dipendenti di prendere iniziative autonome. Il diktat inviato ai dipendenti è una formula secca e inequivocabile: «We do not recommend any extensive road movements or attempts at land evacuation».

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Testa sotto la sabbia, come si dice, e affidatevi al Padreterno, se potete. D’altronde, è sempre Alex a spiegare, «nemmeno queste grandi società sono in grado di assicurare la partenza immediata», per quanti denari possano essere spesi. Più semplicemente in questo momento si può «offrire la “pianificazione di un’evacuazione”, in programma tra 3 giorni o tra un mese». Si tracciano mappe, si compilano liste, si preparano vie di fuga silenziose che avverranno solo e soltanto appena sarà possibile, in una finestra di sicurezza reale. Si aspetta. Senza buttarsi in quei corridoi dove la rappresaglia non fa sconti e non distingue più tra un convoglio militare e un fuoristrada carico di disperati.

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