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Khamenei, quando umiliò Mojtaba: quell'incapace di mio figlio

di Carlo Nicolato martedì 17 marzo 2026

3' di lettura

Che sia sfigurato, amputato, in coma o perfino morto e tenuto artificialmente in vita dal regime, una cosa è certa: Ali Khamenei non voleva che suo figlio gli succedesse, che diventasse cioè la terza Guida Suprema dell’Iran. E non tanto, come si è sempre detto, per evitare che si instaurasse una successione dinastica sulla falsariga di quella dello Scià, cioè dello stesso regime che gli ayatollah hanno abbattuto con una rivoluzione, quanto perché l’erede di Khomeini riteneva che Mojtaba fosse un debole votato all’intrigo e con pericolose tendenze tiranniche, una persona per tanti motivi non adatta a rivestire la massima carica religiosa e politica del Paese. Noto per i presunti brogli nelle elezioni del 2009 e per il ruolo avuto nella repressione delle proteste che ne seguirono, Mojtaba veniva in un certo senso considerato l’eminenza grigia del regime, al di fuori degli intrighi di palazzo ma capace di condizionare le scelte del padre a favore della linea dura e fondamentalista che aveva trovato appunto la sua massima espressione nella presidenza del sodale Ahmadinejad.

LA SVOLTA
Il suo nome era inserito tra i papabili alla successione, insieme a quello di un altro intransigente suo rivale ma favorito dal padre, l’ex magistrato Ebrahim Raisi, uno dei responsabili delle migliaia di esecuzioni post rivoluzionarie che non a caso Ali Khamenei guiti da almeno 3mila studenti. L'insegnamento in queste classi era ritenuto un sicuro viatico per diventare Guida Suprema, un modo per elevare il suo status a quello di alta autorità clericale (Marja), insomma un passo necessario perché il rampollo diventasse ayatollah e arrivasse alla massima carica. Mojtaba disse che la decisione era personale, che non aveva nulla a che fare con questioni politiche ed era in sostanza una «questione tra me e Dio», ma molti interpretarono quella mossa come la fine della sua scalata al potere. Lo aveva costretto il padre al passo indietro? Qui bisogna fare un altro salto indietro, stavolta nella vita di Mojtaba e risalire ai problemi di imòpotenza che lo costrinsero a effettuare quattro viaggi a Londra tra il 1998 e il 2007 insieme alla moglie Zahra Haddad Adel, per sottoporsi a trattamenti per la fertilità in due cliniche esclusive, la Wellington e la Cromwell. Viaggi costosissimi - tanto che il suo primogenito, Mohammad Baqer, venne scherzosamente chiamato in certi ambienti «il ragazzo da un milione di sterline» - che furono agevolati dal suo vecchio amico (conosciuto sul fronte in Iraq), Ali Ansari, ricchissimo uomo d'affari iraniano che si occupava dei cospicui investimenti di famiglia e che soprattutto era legato a doppio filo al Corpo delle Guardie della Rivoluzione.

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LA RETE
Ansari aveva costruito la sua rete sfruttando i privilegi statali nell'industria e nel commercio per poi espandere le sue attività in Gran Bretagna, Svizzera, Emirati Arabi Uniti, Malesia e altri Paesi. In collaborazione con Mohammad Hossein Shamkhani, figlio del consigliere militare di alto rango di Khamenei, ucciso insieme a lui nel bombardamento che ha dato il via alla guerra attuale, riuscì a svolgere un ruolo significativo nell’eludere le sanzioni, riciclare denaro e finanziare le Guardie Rivoluzionarie e i loro gruppi affiliati, in particolare Hezbollah, almeno fintanto che i suoi beni qualche mese fa sono stati congelati dal governo britannico. Era lui insomma che aveva finanziato l’ascesa di Mojtaba per conto delle Guardie della Rivoluzione che contavano sul figlio di Khamenei, uno di loro, per garantirsi la conti.

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