È un colosso la Gerald Ford, la più grande e moderna portaerei del mondo, costata 13 miliardi di dollari. Imbarca circa 60 cacciabombardieri, F18 Hornet e ha un equipaggio di 4.500 persone. È lunga 333 metri e ha un ponte di volo largo 76 metri. Fiore all’occhiello della marina americana, eppure si è sfiorato il dramma. Ricostruzioni internazionali e retroscena tutt’altro che rassicuranti emergono da più parti sull’incendio che ne ha quasi compromesso l’azione oltre che provocare una strage, per fortuna scongiurata.
Le fiamme sono partite da una ventola della lavanderia, che ha devastato infatti intere sezioni. L’equipaggio combatte le fiamme per trenta ore, tra fumo e intossicazioni. Il Pentagono minimizza: danni “irrilevanti”. Aggettivo singolare, visto che ben seicento marinai dormono per terra, la lavanderia è distrutta, i cambi sono pochi e non lavabili. La vita a bordo è diventata un incubo. Eppure le operazioni continuano, perché la Ford è centrale nella strategia militare di Donald Trump. Tra le varie piste, anche una possibile ipotesi di “sabotaggio dell’equipaggio”, cioè della possibilità che il rogo non sia stato solo frutto di un guasto tecnico, ma di un’azione — volontaria o colposa — maturata all’interno della nave. Una pista non confermata ufficialmente e smentita dal Pentagono.
Non è stata, fin qui, una missione facile per la Ford: dieci mesi in mare, 4.500 militari stipati in un colosso tecnologico che fa acqua — letteralmente — da tutte le parti. Durante il trasferimento verso il Mediterraneo, i servizi igienici sono andati in tilt, allagati dai liquami. Lunghe code per un bagno e soprannome inevitabile: “shit ship”. La toppa? Una sosta a Souda, giusto per rimettere in piedi i wc. Poi via, in guerra: i caccia F18 Hornet decollano carichi di bombe verso l’Iran, mentre la nave attraversa Suez e si piazza nel Mar Rosso. Ora, secondo fonti greche, la nave potrebbe tornare a Souda per riparazioni. Sarebbe un problema serio: senza la Ford, gli Stati Uniti perderebbero una fetta importante della loro capacità operativa. E sostituirla non è semplice né rapido. La verità è che questa ammiraglia da 13 miliardi di dollari si trascina dietro difetti strutturali e una gestione logorante. Dieci mesi consecutivi in mare, oltre ogni limite. Più che una missione militare, un’odissea. I marinai l’hanno già ribattezzata: “la spedizione più sporca”.