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Iran, nel Golfo chiuso si vede l'ignavia dell’Occidente

Il blocco dello Stretto di Hormuz rivela gli schieramenti nel nuovo assetto globale. Passando dal logoramento al collasso dell'ordine internazionale
di Giulio Sapelli domenica 22 marzo 2026

7' di lettura

Le “Note per i corrispondenti” del think thank russo Valdai Club sono un importante punto di riferimento per seguire il dibattito interno a quel sistema di élite in cui si formano le cuspidi dirigenziali del nuovo stato putiniano, che Irina Borogan e Andrei Soldatov ben descrissero anni orsono in un libro il cui titolo rende manifesto il contenuto: The New Nobility: The Restoration of Russia’s Security State and the Enduring Legacy of the Kgb (PublicAffair, Londra, 2011), ovvero “La Nuova Nobiltà: la restaurazione dello stato di sicurezza della Russia e l’eredità duratura del Kgb”. È significativo, proprio per questo, sottolineare che Ivan Timofeev, direttore generale
del Russian International Affairs Council e dal 2015 importante componente del Valdai, abbia così scritto una decina di giorni fa nell’articolo Attack on Iran: A Balance of Results(“Attacco all’Iran: un bilancio di risultati”): «L’interrogativo più rilevante riguarda l’impatto della crisi sull’assetto globale. In un contesto così precario, un nuovo scossone rischierebbe di trasformare il logoramento dell’ordine internazionale in un collasso totale».

È impressionante comprendere quanto la nuova classe dirigente russa ne sia consapevole e proprio per questo consideri essenziale vincere le guerre ucraine tornando in possesso di territori che tradizionalmente considera dominii imperiali. In verità, infatti, nessuno poteva prevedere che da una guerra preventiva antinucleare con armi convenzionali quale quella in corso tra Israele, Usa e Iran, potesse scaturire una così profonda ridefinizione delle alleanze internazionali. Con la loro esplosione…

LE ALLEANZE 

Uso il termine “alleanze” in senso tecnico, perché nella guerra moderna e postmoderna - come quella in cui da anni, e ora più che mai, siamo immersi - solo le alleanze in vista di obiettivi ben determinati contano, senza pregiudiziali di altro genere che non siano quelle della forza immediatamente disponibile nel campo della lotta. Ebbene: quello che sta accadendo è che gli Stati Uniti - che hanno con Israele espresso contro l’Iran potenzialmente nucleare un’imponente potenza di fuoco - non ne hanno sortito nessun vantaggio sul piano delle alleanze internazionali.

Al contrario. La coalizione che avrebbe potuto definirsi - e che molti osservatori consideravano prossima e con rapidità inaspettata per i più - seguiva il possibile profilo di un arco che si era via via reso manifesto in più di venti anni di trasformazioni, tra l’Indo Pacifico e il plesso anglosferico che attraversa il continente europeo: Regno Unito, Paesi Bassi, Italia (salvo il triste periodo fascista - la più anglosferica delle nazioni a recente unificazione dai tempi della fine delle guerre di successione spagnola settecentesche), Germania e, fuor di registro (ma proiettata nella guerra non gollista dalla caduta libera dello scomposto Emmanuel Macron), la Francia.

La Francia che annuncia la nuova portaerei a propulsione nucleare France Libre (operativa tra una decina d’anni) e soprattutto il Giappone, erede del grande Abe Shinzo. Il Giappone si prepara a evitare la guerra cinese e che rende plastico il quadro di una guerra mondiale a pezzi che durerà decenni. Proprio per questo, infatti, ha recentemente impegnato il proprio ministro degli Esteri in un incontro con il collega iraniano, nel quale Tokyo ha avanzato a Teheran la richiesta di permettere alle navi che battono la sua bandiere di attraversare lo Stretto senza danno alcuno, vista la dipendenza schiacciante che il Giappone ha nei confronti del petrolio del Golfo.

Del resto, è di questi giorni la dichiarazione congiunta di Regno Unito, Italia, Francia, Germania, Olanda e Giappone che si dichiarano, si legge in un comunicato diffuso da Downing Street: «Pronti a contribuire a un piano per garantire la navigazione commerciale dello strategico Stretto di Hormuz». Comunicato in cui le sei nazioni, cui se ne sono aggiunte 16, condannano con forza gli attacchi attribuiti a Teheran. Ma in cui non si annunciano iniziative concrete e specifiche, men che mai militari, mentre era proprio questo che Donald Trump auspicava. Secca è stata infatti la dichiarazione del cancelliere tedesco Friedrich Merz: «Questa è una guerra non voluta, non partecipiamo a missioni per Hormuz».

LA FRATTURA

In questa prospettiva di lunga durata, la frattura profonda tra Usa e potenze europee dominanti che s’era prodotta con la guerra in Iraq nel 2003 sta ancor più approfondendosi, proprio quando sembrava si stesse formando una relazione obbligata tra gli Stati Uniti e tutte le nazioni del continente europeo raccolte attorno, o “per mezzo”, dell’Unione europea. Relazione resa a maggior ragione obbligata dalla guerra e dalla chiusura possibile degli Stretti sia di Hormuz sia di Bab Quest’ultimo el -Mandeb. sta tra la punta sud-occidentale della penisola arabica dello Yemen e la costa africana del Gibuti e collega il Mar Rosso al Golfo di Aden nell’Oceano Indiano.
Far fronte alla mezzaluna sciita fondamentalista e pronta al suicidio per la salvezza eterna sarebbe stato possibile impegnando le forze militari, all’inizio dissuasive convenzionali di tutte le nazioni che vanno dal plesso jagellonico-baltico sino ai fragili Stati della storica Mitteleuropa, per giungere sino all’Italia mediterranea e all’arco franco-tedesco, pur lasciando a sé stessa la Spagna nostalgica dell’impero distrutto dagli americani alla fine dell’Ottocento.

Si sarebbe così raccolto un potenziale di forza inespresso che si saldava prevedibilmente con il Giappone indopacifico. L’India non avrebbe potuto non seguire. Si badi: non si intende qui dire che bisogna dichiarare la guerra, ma quanto meno minacciarla, scendendo al fianco degli Usa e di Israele. La loro guerra Trump o non Trump - è una guerra per tutti, non lo si dimentichi, contro il potenziale nucleare minaccioso e la tragedia e l’infamia delle sfide sanguinose asimmetriche delle milizie fondamentaliste della morte che dal 2001 infestano il mondo e di cui l’Iran è oggi - con gli alleati del Golfo l’epicentro mondiale. Con l’assenso tragico e suicida tanto della Russia quanto della Cina.

E anche sul fronte russo-ucraino la situazione si è messa in movimento in forme impreviste. Gli attacchi ucraini alle petroliere russe “ombra” che raggiungono mercati clandestini solo di nome, provocando danni ecologici tremendi, in primis nel Mediterraneo, hanno convinto il gruppo dirigente russo che sia necessario un salto di qualità in merito all’associazione tra shadow fleet petroliere e unità militari ufficiali, il che finirebbe per rendere ancora più evidente il legame diretto con lo Stato putiniano, legame finora ufficialmente negato dal Cremlino.

E' stato Nikolaj Platonovic Patrusev, uomo di punta dell’intelligence russa da anni e anni, a svelare il cambio di passo in questo senso, affermando che «una delle illusioni più dannose è stata l’idea che non abbiamo bisogno di una flotta mercantile nazionale e che possiamo sempre trovare modi discutibili per risparmiare denaro trovando una “bandiera di comodo” sotto cui navigare». E aggiungendo: «Continueremo a far parte dell’economia marittima globale e a collaborare con i partner interessati, ma solo a condizioni reciprocamente vantaggiose». Dichiarazione che va letta nel nuovo quadro creato dalla parziale sospensione delle sanzioni di Washington a Mosca, sospensione diretta a far fronte alla crisi energetica che si è scatenata per la minaccia della chiusura dello stretto di Hormuz.

IL PETROLIO

Questo movimento su scala mondiale impressionante e contraddittorio (in quanto è assente un punto paradigmatico stabilizzante) è il prodotto anche di quella fine di un ciclo del quasi mercato petrolifero mondiale ben descritto come sempre con insuperabile lucidità da Salvatore Carollo: «Stiamo assistendo afferma - a un fenomeno che sembrerebbe apparentemente inspiegabile, I prezzi del greggio degli Emirati Arabi del Golfo sono andati a livelli di 30 dollari al barile, più in alto del Brent, il benchmark mondiale generato in Occidente fra Mare del Nord e Usa. Questa differenza di prezzo di oltre 30 dollari non ha alcuna base tecnica e sembra essere piuttosto la misura del livello di criticità che si è creata nel mercato petrolifero internazionale negli ultimi anni, a partire dalle sanzioni petrolifere alla Russia, che gli avvenimenti nel Golfo stanno facendo esplodere in modo eclatante».

IL CONTROLLO DEI PREZZI

Dal 1988 il controllo dei prezzi petroliferi è stato strappato, dall’ostinazione liberista thatcheriana, alle monarchie petrolifere del Golfo per riprodursi, invece, non più secondo uno schema di scambi di quantità fisiche, ma in base alle scommesse sui futures borsistici londinesi, trasferendo il potere saudita dai mari del Golfo alle proprietà immobiliari e finanziarie di Londra, creando quella fantastica e pirotecnica architettura del mercato del Brent. Che divenne così, da allora sino a oggi, «il benchmark mondiale del petrolio, relegando in soffitta l’Arabian Light, storico riferimento del mercato del petrolio... Tutto il petrolio del mondo- continua Carolloveniva commercializzato sulla base di due pilastri fondamentali: il Brent come benchmark e il dollaro come valuta di scambio... Le sanzioni petrolifere alla Russia (grave errore tecnico dell’Europa) hanno rotto la perfezione del sistema “Brent più dollaro”, spalancando la porta a soluzioni di mercato alternative. La Russia, sottoposta a sanzioni petrolifere e finanziarie, si è trovata obbligata a vendere il suo greggio con valute alternative al dollaro (yuan cinese e rupia indiana) e utilizzando come riferimento, per fissare il prezzo del suo greggio, i benchmark degli Emirati Arabi, che in poco tempo hanno assunto un peso di mercato che non avevano mai conosciuto in passato. In pochi mesi, il metodo di quotazione dei greggi russi ha fatto breccia sul sistema “Brent più dollaro” e ha iniziato a diventare un modello per altre nazioni produttrici e consumatrici, specialmente per i Brics (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica, ndr)». Di qui le minacce ricorrenti di Trump, e non solo di Trump, nei confronti di quelle nazioni (Brasile in testa) che lasciano il dollaro per perseguire anche altre transazioni non petrolifere, non usando più la moneta americana come moneta di riferimento.

Ecco l’esplosione mondiale evocata da Timofeev, che acquista una concretezza che va al di là del piano militare e diventa un caos globale su cui già anni or sono mi sono cimentato a lungo, quando essa apparve traslucida all’orizzonte. Oggi l’ignavia dell’Occidente di nuovo la rende palese, potenziandone la pericolosità per la stessa stabilità sistemica del sistema internazionale tutto intero.

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