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Orban blocca le forniture di gas all'Ucraina: il caso che ha scatenato l'ira ungherese

di Daniel Mosseri giovedì 26 marzo 2026

2' di lettura

Il suo nome significa “amicizia”, un’amicizia che al tempo della sua costruzione, a partire cioè dal 1959, era riservata a una parte sola della Cortina di Ferro: quella orientale. Parliamo dell’oleodotto Druzhba pensato e sviluppato in ambito Comecon – la versione socialista reale della Cee – e costruito per collegare i pozzi petroliferi del Tatarstan russo ai satelliti occidentali dell’Urss come l’allora Cecoslovacchia e la Germania Est, passando dall’Ucraina e dall’Ungheria. Oggi quell’infrastruttura energetica potrebbe essere ribattezzata l’oleodotto della discordia. Dopo l’invasione russa dell’Ucraina, i Paesi d’Europa occidentale hanno quasi tutti voltato le spalle all’amicizia: un anno fa, per esempio, la Repubblica Ceca ha deciso di alimentare le proprie raffinerie solo con il greggio in arrivo dall’Oleodotto Transalpino che unisce il porto di Trieste all’Europa centrale.

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Della partita non è però l’Ungheria di Viktor Orbán, il più filorusso fra i leder della Nato e dell’Ue. In queste ore Budapest ha informato Kiev che limiterà le forniture di gas all’Ucraina finché questa non ripristinerà il flusso di petrolio acquistato dai magiari e pompato dai russi nella pipeline “dell’amicizia”. Spalleggiata dalla Slovacchia del primo ministro Robert Fico, l’Ungheria di Orbán accusa l’Ucraina di Vladimir Zelensky dell'interruzione dell'oleodotto. Da qui la decisione di tagliare il gas a Kiev proprio in una fase in cui l’Ucraina ne ha più bisogno: da mesi l’orso russo attacca sistematicamente l’infrastruttura energetica del Paese invaso, lasciando centinaia di migliaia di ucraini al buio e al freddo in un inverno implacabile. La decisione del primo ministro magiaro è il secondo atto di quella presa dallo stesso “Viktator” giorni fa all’ultimo vertice europeo a Bruxelles, quando ha opposto il veto alla concessione di un prestito Ue da 90 miliardi all’Ucraina già concordato lo scorso dicembre fra i Ventisette.

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L’uscita ha guadagnato a Orbán l’aperta critica del cancelliere tedesco Friedrich Merz: «È un atto di grave slealtà che avrà conseguenze profonde ben oltre questo episodio». Orbán, al potere dal 2010 e in cerca il 12 aprile di una conferma alle elezioni, da quell’orecchio non ci vuole sentire: «Sosterremo l’Ucraina quando avremo di nuovo il nostro petrolio, che è bloccato da loro», aveva tuonato a Bruxelles. Inascoltato, oggi taglia il gas a Kiev che, dal canto suo protesta la propria innocenza accusando la Russia di aver danneggiato l’oleodotto durante un attacco lo scorso 27 gennaio. Orbán non molla un po’ perché è in campagna elettorale e un po’ perché si è infilato in un cul de sac: sotto la sua guida l’Ungheria si è legata a doppio filo al greggio russo ignorando per scelta consapevole ogni altra fonte di approvvigionamento, a cominciare dall’oleodotto croato Adria che passa dal territorio magiaro.

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