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L'emergenza di Hormuz e il ritorno al carbone

Le politiche verdi in Germania parlano chiaro quanto a fallimenti. 500 miliardi per incrementare del 236% la potenza installata del solare e dell’eolico. Risultato: 15% in meno di energia prodotta
di Fabio Dragonisabato 28 marzo 2026
L'emergenza di Hormuz e il ritorno al carbone

4' di lettura

Il governo si veste da befana e punta sul carbone. Qui a Libero, che di questa opzione ne abbiamo fatto quasi una bandiera, ci sentiamo un po’ meno soli. Siamo brutte persone e ci accontentiamo di poco. Ma ovviamente «c’è chi dice no» canterebbe Vasco Rossi. «Ricetta per arricchire le lobby e impoverire gli italiani» sentenzia Angelo Bonelli. «Doveva essere un decreto salva bollette e diventa salva carbone» è il coro del M5S. Che quel decreto, definito da Bloomberg «misura choc» contro il caro energia, sia arrivato in sede di conversione alla Camera già stagionato è un dato dai fatto inoppugnabile. Certo non per colpa di Giorgia Meloni. Nel frattempo ne sono successe di cosucce a partire dallo scoppio della nuova guerra del Golfo con conseguente chiusura dello stretto di Hormuz. Il climatesimo ha i suoi comandamenti, si sa. Il primo è chiudere tutte le centrali a carbone.

E sia messo agli atti. Un terzo dell’elettricità mondiale viene prodotta bruciando carbone. Nessuna fonte viene utilizzata di più. Il governo avrebbe dovuto sancire quest’anno la definitiva chiusura delle centrali a carbone. Ed invece la scadenza è spostata al 2038. Non è un calcio al barattolo ma una scelta anche questa dirompente, anzi normale. E potrebbe frenare più di ogni altra misura il caro energia. In commissione Attività produttive è stato approvato un emendamento presentato dal capogruppo della Lega alla Camera Molinari appoggiato dal collega di FdI Luigi Bignami e quindi riformulato dal governo. La decisione era nell’aria da mesi. Nel corso di un question time in Parlamento il ministro delle Imprese, Adolfo Urso, aveva già spiegato che si prevedeva il posticipo della chiusura al 2038. In buona sostanza si tengono in vita quattro centrali a carbone ancora in funzione. Le tre di Enel a Brindisi, Civitavecchia e nel Sulcis, e quella di EP Produzione a Fiumesanto (Sassari). La potenza totale installata è di 4,7 gigawatt. Tradotto in soldoni significa che potrebbero teoricamente produrre oltre 41 miliardi di Kwh. Ma nessuna centrale lavora al 100% del suo potenziale. È più ragionevole ipotizzare un fattore di carico che vada dal 65% all’85% come stimato dal centro Energy e Strategy Renewable Energy del Politecnico di Milano. Sulla base di queste assunzioni stiamo parlando di un range di nuova elettricità prodotta che va da 27 a 35 miliardi di Kwh. Dandogli salomonicamente nel mezzo significano 31 miliardi di Kwh. Sono tanti? Sono pochi? Sono banalmente il 10% dell’energia che consumiamo in un anno. Il carbone oggi costa oltre 140 dollari a tonnellata.

Oltre il 40% di quanto costava l’anno scorso. Ma comunque niente a che vedere con i quasi 450 dollari del 2022 durante la guerra russo ucraina. Gli analisti parlano di King Coal. Dove Coal in inglese significa carbone. La sua riscoperta sembra la moda del momento. Ne abbiamo scritto la settimana scorsa. Corea del Sud, Filippine ed India hanno messo in pista programmi di emergenza per iniziare a produrre energia elettrica bruciando carbone visto che il gas ed il petrolio scarseggeranno per un po’. Almeno finché Trump non riaprirà lo stretto di Hormuz. E da ieri pure il Giappone si è unito alla pragmatica comitiva di coloro che in emergenza non disdegnano il tanto vituperato carbone. I 30 miliardi di KWh prodotti col carbone, rispetto ai 3 miliardi dello scorso anno, consentirebbero all’Italia di liberare petrolio. Eh già perché la corrente in Italia si produce anche bruciando petrolio in misura pari a circa 7 miliardi di Kwh. E soprattutto potremmo destinare il prezioso gas ad altri utilizzi. Sì d’accordo, da un punto di vista ambientale non sarà il massimo. Ma i gonzi ambientalisti come credono che vengano prodotti i mulini a vento (pardon le pale eoliche) o i pannelli solari? Credono che crescano nei campi della Cina? Lo sanno che Pechino ricava il 60% della corrente che serve a produrre questi giocattoli col carbone? E soprattutto come pensano di sfamare la nostra sete di energia? Avessimo il nucleare, che loro non vogliono, faremmo a meno del carbone. Ma se pensano, e lo pensano, di soddisfare i fabbisogni di elettricità coi pannelli e le pale qualcuno gli spieghi che è tecnicamente impossibile. Il sole ed il vento arrivano quando lo decide il buon Dio. E quando questa roba non c’è, ciao. Le politiche verdi in Germania parlano chiaro quanto a fallimenti. 500 miliardi per incrementare del 236% la potenza installata del solare e dell’eolico. Risultato: 15% in meno di energia prodotta. Cioè lo ripeto. I tedeschi, quelli bravi, hanno investito 500 miliardi per avere il 15% in meno di energia.