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Armi e mappe dei dittatori in soccorso degli ayatollah

Xi Jinping e Kim Jong-un vendono a Teheran i componenti dei propellenti per i missili. E Pechino mappa gli oceani per lo scontro con Washington
di Carlo Nicolato martedì 7 aprile 2026

3' di lettura

I comunisti in soccorso degli ayatollah. Ed è quantomeno bizzarro dal momento che una volta in Iran i simpatizzanti della falce e martello finivano in carcere o direttamente impiccati (chiedere per informazioni ai Mujaheddin del Popolo). Sia il dittatore coreano Kim Jong Un che quello cinese Xi Jinping stanno aiutando Teheran a sviluppare e a mantenere la capacità militare. Secondo esperti americani i missili lanciati contro la base di Diego Garcia (Oceano Indiano) sarebbero dei Khorramshahr. Copie del nordcoreano Musudan (BM-25). Teheran ne aveva comprato 19 esemplari nel 2005. Vettore con una gittata tra 1.000 e 4.000 mila chilometri. Esiste anche versione cluster, con testata a grappolo, già utilizzato in vari bombardamenti su Israele provocando ingenti danni. Ma non è l’unico. Secondo l’esperto di proliferazione militare nordcoreana Bruce Bechtol anche il nuovo missile iraniano Shahab-3 è quasi una copia esatta del No Dong, mentre altri a corto raggio utilizzati contro le basi statunitensi si basano sul sistema QIAM, anch’esso sviluppato da Pyongyang. Kim Jong Un, che in questo periodo sta lavorando per programmare la sua successione alla figlia Kim Ju-ae, ha affermato nei giorni scorsi che la guerra in corso dimostra che il suo Paese ha preso la decisione giusta mantenendo le proprie armi nucleari.

L’assistenza della Cina invece è più subdola. Da una parte ci sono le forniture di sostanze chimiche per assemblare il carburante da propulsione dei missili. Dall’altra c’è quella che il Washington Postha definito la «commercializzazione di informazioni di intelligence» da parte di aziende private cinesi che sarebbero servite alla mappatura delle forze americane in Medio Oriente. Secondo un’analisi dei dati di navigazione della testata britannica Telegraph, dall’inizio della guerra almeno quattro navi provenienti dalla Cina che hanno attraccato in porti iraniani trasportando perclorato di sodio, sostanza indispensabile per produrre propellenti solidi. Le navi fanno parte della flotta di navigazione statale Islamic Republic of Iran Shipping Line Group, soggetto a sanzioni da parte di Stati Uniti, Regno Unito, Unione Europea. Provengono da aziende cinesi, alcune della quali direttamente correlate all’Esercito Popolare di Liberazione.

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Anche le informazioni sensibili, emerse in questi giorni sui social, che descrivono le attrezzature delle basi statunitensi, i movimenti dei gruppi di portaerei americani e le minuziose modalità di raduno degli aerei militari in vista degli attacchi iraniani avrebbero origine asiatica. Pechino ha cercato di prendere le distanze da qualsiasi coinvolgimento diretto ma non può certo nascondere che negli ultimi anni abbia investito centinaia di milioni di dollari a sostegno di quelle aziende private o “private per modo di dire” che sviluppano programmi con interessi nel settore della difesa. Tra le quali le navi da ricerca impegnate in una missione per mappare dei fondali marini in regioni strategicamente vitali degli oceani di tutto il mondo. In teoria le rilevazioni riguardano giacimenti minerari, zone di pesca, studi sul clima, ma i dati raccolti hanno anche un risvolto militare. Fornendo a Pechino un quadro dettagliato dell’ambiente marittimo in cui si potrebbero svolgere le battaglie sottomarine in caso di conflitto contro gli Stati Uniti. I dati di tracciamento cines i concentrano in parte su acque di importanza militare intorno alle Filippine, vicino a Guam e alle Hawaii, e nei pressi delle installazioni militari statunitensi sull’atollo di Wake, nel Pacifico settentrionale. Ma anche nello stretto di Malacca, la strozzatura tra la Malesia e Sumatra in cui transita il 40% del commercio marittimo globale.

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