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Donald Trump? Il suo consenso negli Usa è in aumento

Questo gli aumenta oggettivamente la libertà di manovra nell’articolazione del progetto di America First, che è anche un progetto di nuovo ordine mondiale, ancora a guida americana
di Giovanni Sallustigiovedì 9 aprile 2026
Donald Trump? Il suo consenso negli Usa è in aumento

3' di lettura

Se il clan dei commentatori nostrani non riesce a capire Donald Trump sullo scacchiere globale (nelle ultime 24 ore sono passati da dr. Stranamore piromane a Taco spaventato, per dire la lucidità), figuratevi i disastri cui vanno incontro quando si avventurano nell’agone interno della politica americana. Prendete il racconto delle ultime settimane: il Potus è asserragliato, ha contro il suo stesso popolo, mai comandante in capo ha conosciuto un tale tracollo di gradimento. Poi un paio di giorni fa esce il cigno nero, sotto forma di rilevazione firmata da Rasmussen Report (spesso l’istituto più performante nelle elezioni recenti, nonché l’unico che nel 2016 dava quel tizio col toupé vincente contro Hillary Clinton): il tasso di gradimento di The Donald è dato al 47%. Superiore di 6 punti rispetto a Biden nello stesso momento del mandato e sostanzialmente in parità con lo chiccosissimo Obama. Il dato segue a ruota un sondaggio della non propriamente trumpiana Nbc, secondo cui «il 90% dei repubblicani che si identificano come Maga» sostiene la politica del presidente.

Il nostro piccolo mainstream domestico, non essendo a proprio agio con questi numeri, risolve il problema alla radice: li rimuove. Eppure, questi raccontano la postura di Trump ed evocano una ratio delle sue scelte, compreso l’attuale congelamento del conflitto con l’Iran. Il punto sta nell’abbaglio ideologico tutto europeo con cui tendiamo a incasellare rigidamente il trumpismo. Come ha scritto Victor Davis Hanson, intellettuale di punta del conservatorismo Usa, esso non è né un “interventismo” dottrinale né un “isolazionismo” dottrinale. Piuttosto, è un realismo di ascendenza “populista-nazionalista” che tiene costantemente come bussola la domanda: «Cosa, in un’analisi costi-benefici, è nel migliore interesse degli Stati Uniti?».

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«Ogni ponte verrà fatto saltare in aria». Ed ancora «ogni impianto di produzione dell’ene...

Questo, è il vero significato di America First. Ebbene, secondo Trump era nell’interesse degli Stati Uniti degradare il programma nucleare, devastare l’arsenale missilistico, annichilire la marina, azzerare la gerarchia politico-religiosa di una teocrazia totalitaria sorta sulla parola d’ordine “morte all’America!” (e su questo l’elettorato, in primis la sua “base” scoperta solo recentemente dai media italici, l’ha sostanzialmente seguito).

Non è nell’interesse degli Stati Uniti la guerra permanente, magari con annessi velleitari progetti di nation-building che hanno come invariabile punto di caduta l’impantamento sul terreno e la moltiplicazione di cadaveri americani (un tributo di sangue peraltro quasi sempre pagato dall’America profonda visceralmente trumpiana, non dalle élite costiere). È questo, il senso “interno” del tentativo di Deal in corso, di uscita dal marchingegno bellico dopo aver colpito duramente un nemico dell’America, senza sovra-esporre l’America. È anche la modalità coerente con cui andare incontro allo snodo del midterm, rassicurando allo stesso tempo lo spicchio isolazionista duro e puro (che sondaggi alla mano è una minoranza, ma esiste) e il segmento moderato del Gop, allergico a salti nel buio. Con una consapevolezza non da poco: il presidente in carica che perde le elezioni di metà mandato è una non-notizia, è il cane che morde l’uomo.

E, soprattutto, in ogni caso The Donald non deve andare a caccia della riconferma, essendo al secondo giro alla Casa Bianca. Questo gli aumenta oggettivamente la libertà di manovra nell’articolazione del progetto di America First, che è anche un progetto di nuovo ordine mondiale, ancora a guida americana, soppesata in base all’interesse nazionale. Se poi il pendolo oscillerà più verso la proiezione globale si chiamerà Marco Rubio, se penderà più verso casa si chiamerà JD Vance, ma questa è una questione che ha a che fare con l’eredità politica del trumpismo. Ed essere in quest’ottica significa già avere vinto la mano con la Storia.

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