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Magyar l'anticomunista: chi è davvero l'uomo che ha sconfitto Orban

di Daniele Dell'Orco lunedì 13 aprile 2026

3' di lettura

Dalle elezioni in Ungheria arrivano due dati storici. Il primo è la sconfitta di Viktor Orbán dopo 16 anni di premiership. Il secondo è il successo dei sondaggisti che per una volta ne azzeccano una. Ancora quattro anno fa davano il leader di Fidesz sconfitto dal socialista Péter Márki-Zay. Orbán vinse a valanga.

Cos’è cambiato stavolta? Che Magyar, che ha battuto un premier di destra, è a sua volta di destra. Quarantacinquenne avvocato ed ex diplomatico è un prodotto diretto dell’élite nazional-conservatrice che oggi contesta, e al tempo stesso interprete di una riconfigurazione interna del potere magiaro. Formatosi alla Pázmány Péter Katolikus Egyetem di Budapest, centro di formazione top nel conservatorismo ungherese, ha costruito la propria traiettoria professionale interamente dentro le istituzioni: dal ministero degli Esteri alla rappresentanza permanente a Bruxelles, dall’Ufficio del Primo ministro fino alla direzione legale di MBH Bank e alla guida del Centro per i prestiti studenteschi.

La sua biografia è ulteriormente segnata da una fitta rete di relazioni politiche e personali che lo collocano nel cuore dell’establishment: un prozio già presidente della Repubblica, un legame diretto con Gergely Gulyás, oggi capo di gabinetto di Orbán, e soprattutto il matrimonio con Judit Varga, ministra della Giustizia del governo Fidesz. Per circa vent’anni, dunque, Magyar non è stato un oppositore ma un ingranaggio del sistema.

La sua emersione politica è inseparabile dalla crisi che investe il governo nel 2024, quando la presidente Katalin Novák concede la grazia a un condannato per complicità in abusi su minori, provocando uno scandalo che porta alle dimissioni sia della stessa Novák sia di Judit Varga, che aveva controfirmato il provvedimento. In questo frangente, segnato anche dalla separazione personale dalla moglie, Magyar compie una rottura pubblica e repentina: annuncia sui social l’uscita dal sistema, rilascia una lunga intervista capace di raggiungere milioni di cittadini e diffonde una registrazione in cui emergerebbero pressioni governative sulla magistratura in casi di corruzione. L’attacco politico si fa esplicito quando definisce Orbán «l’Al Capone dei Carpazi» e il suo sistema uno «Stato mafioso», segnando il passaggio da insider a oppositore e configurandosi come figura tipica di “defezione élitaria”, fenomeno spesso decisivo nei momenti di crisi dei regimi competitivi.

Alla guida del partito Tisza, Magyar riesce in tempi rapidissimi a trasformare una formazione marginale in un attore centrale, portandola dalla quasi inesistenza alla testa dei sondaggi e ottenendo già alle elezioni europee del 2024 un risultato largamente superiore alle aspettative. Il suo profilo politico, anticomunista, è stato descritto come quello di un «rivoluzionario conservatore», una formula che coglie la natura ibrida della sua proposta: da un lato si inserisce nella tradizione nazional-conservatrice ungherese, mantenendo posizioni su famiglia, patria e identità non troppo distanti da quelle di Fidesz; dall’altro introduce elementi di discontinuità sul piano internazionale, adottando un orientamento più atlantista ed europeista, sostenendo il supporto all’Ucraina e proponendo un progressivo sganciamento energetico dalla Russia entro l’anno 2035.

In termini politologici, quindi, Magyar ha fatto opposizione partendo da una posizione di «nuova destra». La sua forza non risiede quindi in una rottura ideologica radicale, bensì nella capacità di occupare lo stesso spazio politico di Orbán, riproducendone in parte linguaggi e riferimenti, ma offrendo al contempo una promessa di rinnovamento. In questa prospettiva, la sua ascesa conferma una dinamica ricorrente nei governi a lunga durata e che probabilmente persino lo stesso Orbán si aspettava già: quando il consenso si erode e il sistema si sclerotizza, la sfida più credibile non proviene dall’esterno, bensì da figure interne alle élite.

Ora la sinistra di tutta Europa festeggerà Magyar pur di colpire Orbán. Ma dalle urne è emerso un dato incontestabile: in Ungheria i progressisti sono praticamente estinti.
 

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