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L’addio di Viktor Orban, nemico giurato di questa Europa

C’è un sottile filo rosso che lega Viktor Orbán a Peter Magyar. Una nemesi con la logica dei contrari. Il fondatore di Fidesz e uomo forte dell’Ungheria dal 2010
di Marco Patricelli lunedì 13 aprile 2026

3' di lettura

C’è un sottile filo rosso che lega Viktor Orbán a Peter Magyar. Una nemesi con la logica dei contrari. Il fondatore di Fidesz e uomo forte dell’Ungheria dal 2010 nonostante i rapporti di un tempo fece dello slogan “Sorosmentes” (Senza Soros) una parola d’ordine di aperta contrapposizione; il fondatore di Tisza, lo sfidante ed ex discepolo, ha cambiato il bersaglio ma con la stessa finalità di toglierselo di torno: “Orbánmentes”. Che tra i due la competizione fosse al calor bianco, il premier uscente l’aveva messo nero su bianco alla vigilia del voto accusando l’opposizione di voler di sabotare le elezioni: «Non si fermeranno davanti a nulla pur di impadronirsi del potere». Tutti i principali sondaggi lo davano perdente, dai 7 ai 12 punti percentuali di distacco in termini di partito, oltre ogni forbice di errore nel confronto diretto. Ma era pur vero che circa il 25% degli elettori non era ancora certo della scelta alle urne e quindi il peso delle due coalizioni era tutto da testare. Per Orbán si trattava di portare all’incasso la cambiale, per Magyar di scontarla. Ambedue i contendenti si sono accusati di avvalersi di ingerenze internazionali per condizionare l’esito del voto, ma per il primo ministro uscente si era speso pubblicamente e decisamente Donald Trump che in un discorso lo ha definito «leader davvero forte e potente» e sul suo sociale Truth ha scritto di sostenerlo «con tutto il cuore».

Che l’Ue abbia sempre guardato con avversione a Orbán non è un mistero, ed era scontato che avrebbe appoggiato chiunque si fosse schierato contro di lui. Magyar non sarà un euroentusiasta, ma neppure sarà mai una continua spada di Damocle su Bruxelles. In effetti in politica estera Orbán è riuscito con decisionismo a mettere insieme il diavolo e l’acquasanta, proprio sull’acqua fresca del peso specifico dell’Europa che la fa solo galleggiare: l’Ungheria ha avuto un occhio di riguardo da Stati Uniti, Cina e Russia, ovvero tre quinti del Consiglio di sicurezza Onu, che danno le carte sui tavoli mondiali perché superpotenze. Neanche un mago ci sarebbe riuscito, e quello che potrà fare Magyar è tutto da scoprire. Gli ungheresi rappresentano un isolotto ugrofinnico in un mare slavo, con rapporti non esaltanti con la neolatina Romania, che continuano a definirsi “cugini” dei polacchi per radicati rapporti storici che vanno dal sangue reale di antichi re a quello donato per gli insorti del 1956. E da quelle parti certe cose non si dimenticano. Ma nel presente Donald Tusk ha fatto da controcanto a Trump scrivendo che «Kaczynski non è riuscito a realizzare una Budapest a Varsavia, ma è molto probabile che da domenica avremo una Varsavia a Budapest».

È stato buon profeta e ha già steso l’ala dell’aquila bianca su Magyar, che probabilmente aveva il destino nel nome. La sua proposta politica aveva lanciato l’idea del rinnovamento per scalfire l’immagine forte dell’avversario che aveva guidato il Paese nelle crisi interne e internazionali con carisma e senza timori reverenziali. Magyar aveva battuto sulla corruzione da combattere con una “rivoluzione morale” e giocando sul voto “contro” piuttosto che su quello “pro”, portando dalla sua parte l’elettorato liberal-progressista e pure una fetta di Fidesz, liberandosi persino dell’immagine che l’aveva accompagnato come una specie di Orbán più giovane e di Tisza come una rivisitazione aggiornata di Fidesz. Tanto Orbán è stato attivo nell’agitare lo spettro dell’Ucraina come minaccia all’Ungheria (sostituendola alla migrazione irregolare, a George Soros e all’avversione della Commissione europea come simboli delle élites liberali occidentali), quanto Magyar si è affrettato a tendere la mano all’Ue per ottenere lo sblocco dei fondi in base al meccanismo di condizionalità. Il rischio più concreto per Magyar era quello di ritrovarsi senza il vantaggio dei due terzi in parlamento per promuovere le riforme propagandate in campagna elettorale, ritrovandosi nella gabbia di Fidesz col voto degli ungheresi all’estero e col sistema dei collegi elettorali per favorire le città più piccole. “Orbánmentes” è riuscito, ma quella era solo la prima di una lunga serie di sfide per chiudere davvero un’era.

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