«Non ho ancora parlato con Meloni ma sarò felice di farlo». «Congratulazioni per la chiara vittoria elettorale a Péter Magyar (...). Italia e Ungheria sono nazioni legate da un profondo legame di amicizia e sono certa che continueremo a collaborare con spirito costruttivo (...) a livello europeo e internazionale». Il primo scambio a distanza fra Giorgia e Péter non sembra quello fra le due antitesi della politica mondiale. Stando invece alle dichiarazioni dei leader della sinistra italiana, il nuovo primo ministro magiaro non sarebbe altro che un progressista. E la sconfitta di Orbán quella di Trump, Netanyahu, Salvini e Meloni. Per capire chi ha ragione, non resta che controllare il programma di Tisza (https://magyartisza.hu/program). Si intitola «Le fondamenta dell’Ungheria efficiente e umana».
Nel capitolo sull’immigrazione, si dichiara senza ambiguità: zero tolleranza nei confronti dell’immigrazione illegale e del traffico di esseri umani. Tisza si impegna a mantenere la recinzione al confine meridionale, il Muro di Orbán eretto nel 2015, e addirittura a rafforzarla con ulteriori misure difensive. Sulla ripartizione delle quote di migrazione dell’Unione Europea il partito non può essere più ambiguo: mentre a Bruxelles votava il Patto sulla migrazione, il Programma e la retorica interna è basata sulla promessa di non accettare il trasferimento di migranti irregolari dal resto d’Europa.
Sul fronte dei lavoratori stranieri, la proposta è più restrittiva della realtà orbaniana: dal 1° giugno 2026 verrebbe vietato l’ingresso di lavoratori extraeuropei. La motivazione è esplicitamente nazionalista: «I posti di lavoro ungheresi e il futuro ungherese hanno la priorità». Il documento accusa Fidesz di aver trasformato la migrazione in un business per pochi noti, ma non mette mai in discussione il principio del controllo rigido dei confini e del rifiuto dell’immigrazione di massa.
Il capitolo sulla svolta demografica è un classico testo di destra conservatrice. Tisza si pone l’obiettivo di fermare il calo demografico entro il 2035 e riportare la popolazione oltre i dieci milioni entro il 2050 (oggi sono poco più di otto). Per farlo, non punta sull’immigrazione ma su tre pilastri: politiche familiari generose per incentivare le nascite, rimpatrio degli ungheresi emigrati (circa 740mila, secondo il documento), e sostegno alle comunità ungheresi nei Paesi vicini — Slovacchia, Romania, Serbia — in continuità con la politica nazionale del predecessore.
Il programma «Vár a hazád!» («La patria ti aspetta») prevede il rimpatrio di 200mila ungheresi in otto anni attraverso incentivi economici e programmi di integrazione. La visione della nazione è esplicitamente etnica e comunitaria: «la nazione non è uno slogan vuoto, ma una comunità di destino». Il riferimento ai molti ungheresi che vivono nei Paesi vicini come parte integrante della nazione ungherese è un elemento identitario tipico del conservatorismo magiaro.
Il “Programma 100% Famiglia” prevede il raddoppio degli assegni familiari e dei sussidi per la maternità, e un aumento significativo dei contributi statali ai nuovi nati. Il modello sottostante è quello della famiglia come nucleo centrale della società, da incentivare attraverso trasferimenti economici diretti. Sebbene il programma garantisca anche supporto alle famiglie monoparentali, il paradigma è quello delle politiche pro-natalità tipiche della destra europea, non quello della liberalizzazione dei modelli familiari.
Tisza promette un rafforzamento delle forze dell’ordine, una lotta dura alla criminalità organizzata e al crimine di strada, e una riforma della giustizia orientata all’efficienza punitiva. Il documento non contiene proposte di depenalizzazione odi approccio “sociale” alla criminalità, ma insiste sulla necessità di uno Stato forte nell’applicazione della legge. Il programma di Tisza è pro-europeo e pro-Nato, ma non rinuncia a un accento sovranista. Il documento parla di «rappresentare con coerenza l’interesse nazionale ungherese», di rafforzare la sovranità del Paese e di costruire «amicizie e non nemici» in Europa. Viene esplicitamente rigettata la politica di Orbán verso l’Est (Russia ma anche Cina e Turchia, postura geopolitica erede della tradizione Turanista ungherese), mala direzione scelta, l’ancoraggio all’Occidente, viene presentata come una scelta di realpolitik nell’interesse nazionale, non come adesione ideologica ai valori europei.
Sul piano militare, è escluso sia il servizio militare obbligatorio sia l’invio di soldati ungheresi in Ucraina o in altri conflitti. Sul piano economico, Tisza si colloca in un centro pragmatico con accenti liberali-conservatori. Il programma promette riduzioni fiscali per famiglie e imprese, un ambiente favorevole alle piccole e medie imprese ungheresi (esplicitamente preferite alle multinazionali), e tagli alle spese correnti attraverso il recupero dei fondi europei bloccati. Qui spunta l’unica «cosa di sinistra»: la promessa di istituire una tassa sui redditi miliardari.