È stata la petroliera Rich Starry, battente bandiera del Malawi ma di proprietà cinese la prima nave che ha provato a sfidare il blocco dello Stretto di Hormuz imposto dagli Stati Uniti. Seguito immediato alla dura reazione che all’annuncio di Donald Trump aveva dato il portavoce del ministero degli Esteri cinese Guo Jiakun. «Lo Stretto di Hormuz è una rotta commerciale internazionale importante per merci ed energia, e mantenerne sicurezza, stabilità e libero passaggio è nell’interesse comune della comunità internazionale. Alla radice degli ostacoli alla navigazione nello Stretto c’è la guerra con l’Iran. La soluzione a questo problema è un cessate il fuoco immediato e la fine delle ostilità. Tutte le parti devono mantenere la calma e agire con moderazione, e la Cina è pronta a continuare a svolgere un ruolo positivo e costruttivo». Ma il presidente americano ha poi minacciato anche di imporre dazi punitivi del 50% su ogni tipo di merce esportata negli Usa da Paesi che forniscano armi letali o supporto tecnologico militare all’Iran: una decisione venuta dopo i recenti report dell’intelligence americana che ipotizzano il trasferimento di sistemi missilistici terra-aria a Teheran, proprio mentre i colloqui di pace a Islamabad sembrano in un punto di stallo critico.
Anche su questo punto Guo Jiakun ha respinto ogni accusa, definendo le sanzioni americane «atti di bullismo economico». Peraltro Pechino e Washington erano andate in rotta di collisione il 7 aprile, quando Russia e Cina avevano bloccato con il veto la bozza di risoluzione in Consiglio di Sicurezza Onu elaborata dal Bahrein sulla sicurezza nello Stretto di Hormuz. Adesso, anche il vertice tra Trump e Xi Jinping previsto a Pechino il 14 e 15 maggio potrebbe essere a rischio. Ma qua va ricordato che la Cina ha una forte esposizione economica in Medio Oriente. Dal 2005 ha infatti speso oltre 269 miliardi di dollari in investimenti e contratti di costruzione in tutta la regione. L’Arabia Saudita ne è stata il principale beneficiario con 82 miliardi di dollari, seguita dagli Emirati Arabi Uniti con 48 miliardi e dall’Iraq con 40 miliardi. Inoltre, gli investimenti e i contratti di costruzione cinesi in Iran hanno raggiunto i 25 miliardi di dollari. Nel frattempo, gli scambi commerciali tra il Medio Oriente e la Cina sono più che raddoppiati dal 2017, raggiungendo i 317 miliardi di dollari nel 2024. Si tratta di quasi quattro volte gli 85 miliardi di dollari di scambi commerciali con gli Stati Uniti nel 2024. Non solo: dal 2020 Pechino ha superato l’Unione Europea come principale partner commerciale dei Paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo. Le chiavi di questa presenza sono essenzialmente tre. Innanzitutto, viene dal Medio Oriente oltre il 40% del petrolio importato dalla Cina, e la Cina acquista in particolare il 90% del petrolio iraniano. Un rapporto che circola a Washington evidenzia appunto la presenza di una grande flotta fantasma che opera nel Golfo Persico, che si rifornisce di carburante in Iran e utilizza navi collegate alla Cina per il trasporto di petrolio, utilizzando tattiche di occultamento. Il 13 aprile sono state contate 91 navi appartenenti alla flotta fantasma in quella regione, 20 delle quali operavano con i sistemi di identificazione disattivati.
Di queste, 89 sarebbero di proprietà o gestite da Pechino, tra cui navi mercantili e petroliere. Il testo sottolinea che il 97,6% del petrolio iraniano trasportato via mare è destinato alla Cina, e che l’attività di questa flotta fantasma ha permesso alle esportazioni di petrolio greggio da Teheran di raggiungere praticamente i livelli prebellici, con una media giornaliera di 2,04 milioni di barili tra febbraio e aprile: un aumento del 25% rispetto all’anno precedente. Agli interessi energetici vanno aggiunte le infrastrutture e gli investimenti legati alla Belt and Road Initiative, la Nuova via della seta. Soprattutto, la Cina ha investito pesantemente in infrastrutture portuali e connettività marittima. Xi Jinping, inoltre, ha interesse ad evitare che dalla regione arrivino infiltrazioni jihadiste nello Xinjiang, regione autonoma legata alla minoranza musulmana degli Uiguri, da tempo repressa dalla Repubblica Popolare. Pechino cerca dunque di mantenere un approccio diplomatico di non-ingerenza sia verso le monarchie del Consiglio di cooperazione del Golfo, sia verso l’Iran, tra cui cerca anche di fare da mediatrice.