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Azerbaigian, sventato attentato iraniano all'oleodotto: perché nel mirino c'è l'Italia

di Matteo Legnani mercoledì 22 aprile 2026

3' di lettura

Una cellula terroristica legata all’Iran che stava progettando attentati terroristici contro obiettivi israeliani in Azerbaigian è stata smantellata alcuni giorni fa dal servizio di sicurezza statale azerbaigiano in collaborazione con le agenzie d’intelligence israeliane Mossad e Shin Bet. Tra gli obiettivi del gruppo c’erano l’ambasciata israeliana e la sinagoga centrale di Baku, la capitale del Paese, ma anche l'oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan, che attraversa Georgia e Turchia e che trasporta circa un terzo del petrolio importato da Israele.

Ma la notizia interessa, e molto, anche l’Italia, perché l'Azerbaigian è il secondo fornitore di greggio del nostro Paese, dopo la Libia. E gran parte di quel greggio arriva alle navi nel porto mediterraneo di Ceyhan attraverso l’infrastruttura che la cellula terroristica iraniana intendeva sabotare. Proprio in considerazione dell’attuale blocco dello Stretto di Hormuz, che rende le importazioni di greggio da Baku ancor più preziose, tra meno di due settimane la premier Giorgia Meloni ha annunciato che si recherà in Azerbaigian, a seguito del vertice Unione europea-Armenia che si terrà a Erevan il 4 e 5 maggio prossimi. Inaugurato nel 2008 dopo cinque anni di lavori, l’oleodotto ha una lunghezza di 1.770km, 440 dei quali in Azerbaigian, 260 in Georgia e 1.070 in Turchia.

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Ha la capacità di trasportare ogni giorno 1,2 milioni di barili di greggio, proveniente in gran parte da tre giacimenti del Mar Caspio e in piccola parte dal Kazakistan (quest'ultimo, trasportato via nave attraverso il Mar Caspio fino al terminal petrolifero di Sangacha, nei pressi di Baku, da dove parte l’oleodotto). La sua realizzazione è costata 3 miliardi e 600 milioni di dollari, ripartiti tra diverse compagnie petrolifere, tra cui (per il 5%) anche l’italiana Eni.

Una volta giunto a Ceyhan, il greggio viene imbarcato e distribuito in Italia senza dover transitare dalle forche caudine degli Stretti mediorientali (Hormuz e Aden) e “saltando” anche il canale di Suez. È così, che nel 2025 sono giunte nel nostro Paese 9 milioni 400mila tonnellate di petrolio azerbaigiano, una quantità seconda solo a quella che importiamo dalla Libia (13 milioni 600mila tonnellate) ma molto maggiore di quella che ci è arrivata dal Kazakistan (6,5 milioni di tonnellate), dagli Stati Uniti (5 milioni), dall’Iraq (3,4 milioni) e dall'Arabia Saudita (3,2 milioni).

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Queste settimane di crisi a Hormuz hanno riportato d'attualità l'importanza strategica delle infrastrutture petrolifere in grado di aggirare i ‘check-point’ circostanti alla penisola arabica: quelle esistenti, come l'oleodotto iracheno Kirkuk-Ceyhan (che si limita però a 250mila barili al giorno) e quello da 1,5 milioni di barili a giorno che corre dal deserto sud-occidentale degli Emirati fino al porto di Fujairah, che tuttavia ha dimostrato di essere un bersaglio facile per missili e droni iraniani. E quelle rimaste sulla carta, come l’oleodotto tra Bassora, in Iraq, e Aqaba, in Giordania, che era stato progettato per far fluire 2,25 milioni di barili al giorno ma non è mai stato realizzato.

In questa chiave, un’opera fondamentale è la condotta di 1.200km, capace di trasportare 700mila barili al giorno, che attraversa da est a ovest l'intera Arabia Saudita e consente al greggio del Golfo di raggiungere via terra il porto di Yanbu sul Mar Rosso, dove viene imbarcato in direzione Europa attraverso il Canale di Suez. Consapevoli dell’importanza strategica ed economica dell'infrastruttura, che vale circa il 10% dell’export giornaliero di greggio saudita, lo scorso 8 marzo gli iraniani l'hanno centrata con un drone, nonostante il cessate il fuoco fosse già in vigore, obbligando i sauditi a quattro febbrili giorni di riparazione per rimetterla in funzione.

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