Si chiama Jessica e se sembra cattiva, non è perché la disegnano così... La signora Morettì sa piangere e svenire al momento giusto, ma soprattutto sa scappare e mettersi in salvo senza guardare in faccia a nessuno. L’esperienza di una figlia del capo dei vigili del fuoco messa al servizio di se stessa, anche a discapito degli altri, ancorché ragazzi, ancorché magari suoi lavoranti. Il volto bello e protervo del male, almeno da come risulta dal racconto dei primi avvocati e parenti delle vittime del rogo di Crans che hanno potuto visionare le sequenze registrate dalle 14 telecamere dell’impianto di videosorveglianza attivo a Le Constellation nella serata di Capodanno. Ne avrebbe fatte di tutti i colori, Jessica, almeno così documenterebbero le immagini degli otto minuti della tragedia. Si è accorta subito dell’incendio e ha intuito prima di tutti il pericolo, ma non ha dato l’allarme e non ha fatto fermare la musica.
Era nella sala sotterranea, quella che si è rivelata essere una tomba per 41 vite, e una trappola di fuoco e veleno per altre cento, tutte più giovani di lei, e ha guadagnato le scale verso la salvezza facendosi largo a gomitate, spingendo via i ragazzi che le ostruivano il passaggio. Chi ha visto il video racconta anche che non si è fatta scrupolo di calpestare qualche sventurato caduto a terra. Morto, vivo, agonizzante? Non era un suo problema. Con i magistrati e la stampa si è giustificata spiegando che voleva raggiungere l’uscita per avvisare i pompieri, siccome lei è figlia d’arte e sa come si fa. Però una volta fuori non ha avvisato nessuno. Come del resto non aveva fatto quando era ancora dentro.
COLPI DI TEATRO
Che sia un’attrice, modesta, lo rivela il suo curriculum. L’avvenenza e il fatto di essere cresciuta a Cannes le hanno regalato un passato sotto le luci dei riflettori: era fotomodella e ha finanche sfilato sul tappeto rosso del festival del cinema, nel 2012, ancorché da comparsa, accanto alla star britannica Sacha Baron Cohen, protagonista del film “Il dittatore”. Jessica interpretava una guardia del corpo. Non proprio il suo, salvare vite, dirà in seguito la storia. Appropriata però l’immagine che la vede imbracciare un kalashnikov da giustiziera; finto, s’intende. Quando, nel marzo scorso, incrociò i parenti di alcune vittime all’esterno del campus studentesco dove i pm svizzeri stanno tenendo gli interrogatori dell’inchiesta, sopraffatta dalla rabbia che questi le urlavano in faccia, madame Morettì ebbe un mancamento. Riuscì giusto ad appoggiare delicatamente la borsa, l’oggetto che ha più caro, prima di svenirci sopra, quasi a proteggerla. Il colpo di teatro la fece passare per un momento da accusata a vittima, quello che poi è la sua specialità fin dalle prime dichiarazioni rese dopo il rogo. Si riprese appena i genitori dei ragazzi morti se ne andarono e trovò rifugio e relax in un bar, nel quale fu avvistata sorridere e scherzare.
È Jessica dunque l’anima nera della coppia? Sarebbe ingiusto affermarlo. Diciamo che, tra lei e il marito Jacques, vale il detto “chi si somiglia, si piglia”. Non è vero che è scappata con la cassa. È vero però che ha avuto comportamenti che potrebbero farla incriminare non per omicidio colposo, ma per dolo eventuale. «Fai entrare più gente che puoi, dobbiamo creare l’atmosfera e far decollare la festa»: esortava così Cyane Panine, la cameriera 24enne perita nel rogo. Ha detto che considerava la ragazza «la sua sorellina», ma non si è fatta scrupolo di gettare fango sul suo cadavere, malgrado fosse la fidanzata del suo figlioccio, Jean Marc Gabrielli, approfittando del fatto che non potesse replicare. «Mettere le fiammelle sopra le bottiglie è stata un’idea di Cyane» ha detto sempre madame Morettì. I filmati appena disvelati dimostrano che non è vero: la signora de Le Constellation ha acceso lei, uno per uno, i conidi bottiglia da cui è partito il rogo e nella sua precipitosa fuga non si è mai volta indietro per vedere che ne era della sorellina. Ben diverso è stato il comportamento dell’uomo della sicurezza, Stefan Ivanovic, rimasto nel locale mentre scoppiava l’incendio: dopa aver aiutato diversi clienti a uscire, è sceso per salvarne altri, restando intrappolato dal fuoco. Lei non avrebbe mai commesso questa imprudenza.
Sapeva tutto, la figlia del pompiere, che è sfilata verso la salvezza a fianco a Jean Marc che stava tentando di rompere la vetrata del bar per creare una via di fuga e far respirare i ragazzi intrappolati dentro. Quasi fosse indifferente a tutto. E quando Jacques è arrivato sul luogo del rogo, è rimasta ancora in disparte, disertando la disperata ricerca dei due uomini di quel che era rimasto di Cayne. Una frase sfuggitale nei giorni successivi alla tragedia, «abbiamo buone conoscenze nell’amministrazione comunale di Crans Montana», forse detta per far capire che non la coppia non aveva corrotto nessuno per evitare i controlli e ottenere i permessi, potrebbe inchiodarla a responsabilità maggiori di quelle che finora si sono ipotizzate: non omicidio colposo bensì omicidio per dolo eventuale. Ma la vicenda è ancora tutta da scrivere.
LA SCUOLA DEL FIGLIO
Certo, più se ne sa, più la sua situazione peggiora. Anche le immagini della pila di giovani cadaveri ammassata davanti all’uscita di sicurezza chiusa dall’esterno con lucchetti e sedie, perché proprio nessuno potesse andarsene, oltre che entrare, la inguaiano. Perché, una volta in salvo, non è corsa ad aprirla? Le colpe di Jessica, al momento, le sta pagando il figlio maggiore, un bambino. I genitori dei suoi compagni di classe non volevano che lei e Jacques lo accompagnassero a scuola, ma la coppia, con la consueta arroganza, non se ne è curata. Il risultato è che la scuola ha allontanato il piccolo, che con il fratello minore è la ragione per cui Jessica gode al momento di condizioni migliori del marito: anche lei non può lasciare la Svizzera, però deve recarsi in commissariato a firmare ogni tre giorni e non tutte le mattine. Per la cronaca, l’Italia ha annunciato che si costituirà parte civile nel processo che, prima o poi, si aprirà contro i coniugi Moretti. Sarà fatto un bando per trovare l’avvocato svizzero da ingaggiare. È stata proprio la richiesta della Confederazione al nostro servizio sanitario di saldare le fatture per i ragazzi italiani curati a Sion a fornirci il destra per la mossa giudiziaria. Se dobbiamo pagare, significa che come Stato abbiamo subito un danno patrimoniale; e questo ormai non può negarlo neppure un giudice svizzero.